Nei giardini di Babilonia
L'opera rock dei Quintessenza
Il disco ha le sue origini nel 2000, poco dopo l’uscita della band dallo studio di registrazione con il demo-cd dal titolo Venere. L’idea iniziale era quella di dedicarsi alla stesura di un disco che racchiudesse 4 brani legati ad ogni elemento e il titolo provvisorio di questo progetto era Transumananza.
Varie vicissitudini poi hanno portato la band a cambiare il proprio percorso creativo e a comporre altri due dischi (Pharmakon e Cosmogenesi) prima di arrivare alla stesura definitiva di Nei giardini di Babilonia.
Durante questo periodo la band ha fatto nuove esperienze che hanno portato ad un cambio di mentalità a livello compositivo e che hanno portato la band ad investigare sempre di più nelle origini del Progressive, ritornando quindi ai movimenti prog degli anni Settanta. Durante questi 10 anni il gruppo non ha mai smesso di pensare al lavoro lasciato in sospeso, ma non si verificavano mai le condizioni per la sua realizzazione e il progetto veniva sempre rimandato a tempi futuri. Nel frattempo il tutto lentamente si arricchiva giorno dopo giorno di nuove idee e così nacque anche il testo del quinto elemento al quale si aggiunse poi il testo che dà il titolo all’album. A quel punto i tempi erano maturi per mettersi a lavoro e dopo 8 anni (dalla stesura dei primi testi) i Quintessenza hanno iniziato a lavorare intensamente a questo disco.
La sua natura di Opera Rock è stata chiara fin da subito e quindi nacque l’idea di coinvolgere altri artisti che, attraverso la loro voce, potessero accrescere il valore del prodotto discografico. Il libretto prese lentamente una forma definitiva e le musiche vennero create e modellate in base alle esigenze della storia che viene raccontata in questa Opera. Storia originale, scritta dal cantante della band Diego Ribechini e che viene raccontata per esteso in un racconto che è incluso nei contenuti speciali del cd.
Il racconto parla della caduta e dell’ascesa di un uomo qualunque che viene trasportato dalla propria anima in un mondo immaginario (Babilonia), dove un guardiano lo attende per iniziarlo al viaggio che deve intraprendere. Il protagonista farà così un percorso all’interno dei Giardini di Babilonia che lo condurrà a scavare nel fondo del suo Io più intimo, che lo aiuterà a liberarsi definitivamente delle proprie paure e che gli permetterà di ascendere ad una vita nuova.
Biografia
La band toscana si forma nel 1995 con il nome di X-Rated in un vero e proprio garage, con lo scopo di suonare brani originali mischiandoli a cover di Pearl Jam, Nirvana, Guns n’Roses ed altri gruppi “in voga” in quegli anni. Dopo breve tempo, agli inizi del 1996, si aggiunge Gabriele alle chitarre, il gruppo cambia nome e continua a comporre (all’epoca in inglese e sullo stile dei gruppi già menzionati) e suona per i locali della zona iniziando pian piano a riscuotere i primi veri applausi per alcuni brani originali; cambia ancora formazione e nome fino a quando a cavallo fra il 1997 ed il ’98 incide un primo demo-cd dal titolo Q, il primo lavoro sotto il nome di Quintessenza. Si tratta per lo più di rock all’italiana, con influenze che venivano da band nostrane come Negrita, Litfiba, Timoria ed altri, ma già all’interno di alcuni brani si iniziava ad affacciare la propensione per qualcosa di diverso, di più costruito armonicamente e melodicamente, di più “progressive”.
Nel 1999 nasce il progetto Venere, il primo demo cd che la band registra interamente in studio impiegandovi una decina di giorni, che è stato un po’ il battesimo al progressive rock/metal per i Quintessenza. Lavoro, si è detto, forse non assolutamente privo di influenze evidenti (talvolta si è parlato quasi di “citazioni” da altri gruppi come i Dream Theater) ma di buona fattura e ben suonato, un bel primo biglietto da visita insomma. Nel 2003 subentra nel gruppo un nuovo elemento, Alessandro Santoni, che sostituisce Federico dello Sbarba alle batterie e porta all’interno del gruppo una ventata di creatività ed entusiasmo che evolve nella stesura ed incisione (nel 2004) di Pharmakon, una sorta di avvicinamento del gruppo ai concept album tipici del progressive con una nota di colore stavolta meno dipendente da band contemporanee ma che deve di più al progressive del passato. Si pensi all’utilizzo del Chapman Stick suonato da Federico Razzi già in precedenza molto legato allo stile dei King Crimson.
La parentesi però si chiude abbastanza in fretta, quando per differenti vedute il gruppo torna sui suoi passi riaccogliendo Federico dello Sbarba alla batteria. La voglia di suonare progressive però non è passata, anche se si ripresenta la grinta del metal nella composizione e nell’arrangiamento dei brani. Nasce così nel 2006 Cosmogenesi, un vero e proprio concept album sul quale il gruppo lavora appena qualche mese, impaziente di inciderlo e cercare un primo contratto discografico. Le aspettative vengono addirittura superate in quanto l’etichetta discografica (Videoradio) si presenta prima della fine delle registrazioni di alcuni dei brani di Cosmogenesi, offrendo un contratto non vincolante al gruppo e lanciando Cosmogenesi nei negozi e sulle riviste tra dicembre 2006 e gennaio 2007. Le recensioni fioccano e l’album piace molto.
Dopo la seconda uscita dal gruppo di Federico dello Sbarba, la band attraversa un periodo difficile nel quale non compone, non suona e non prova, ma è alla costante ricerca di un nuovo batterista che trova solo alla fine del 2008 in Francesco Bruchi. Con lui, rinvigoriti di nuovo spirito compositivo, iniziano le stesure del concept album Nei Giardini di Babilonia, lavoro stavolta interamente autoprodotto che è costato un anno tra composizione, arrangiamento, registrazione ed editing e che ha visto la luce nel settembre del 2010.
Qui decisamente si può parlare di concept: si tratta di un’ora di materiale che si intreccia tra narrazione e musiche, recitazione e canto, collaborazioni (tra le quali Elena Alice Fossi dei Kirlian Camera) ed aggiunta di strumenti classici come il flauto traverso. Insomma, un disco tutto da ascoltare senza la paura di annoiarsi.
Formazione:
Gabriele Moretti: chitarre
Diego Ribechini: voci
Federico Razzi: basso e Stick
Filippo Fantozzi: tastiere
Francesco Bruchi: batteria e percussioni
Discografia:
Pharmakon (autoproduzione, 2004)
Cosmogenesi (Videoradio, 2006)
Nei Giardini di Babilonia (Quintessenza, 2010)
Info web:
Synpress44 Ufficio stampa:
Intervista
Nei Giardini di Babilonia è il vostro terzo lavoro: quali sono le differenze dai precedenti Pharmakon e Cosmogenesi?
Anzitutto questo è un progetto un po’ più elaborato, che è nato quasi dieci anni fa e che ha visto centinaia di cambiamenti prima di vedere la luce, mentre gli altri due sono album più nati dall’istinto e dalla voglia di mettere “nero su bianco” le idee che erano scaturite suonando assieme… E’ un album che inoltre vede diverse collaborazioni, esperimento ne fu “La cosa perfetta” in Pharmakon (con la voce di Veronica Fiorini) che ci divertì molto e che abbiamo voluto non solo ripetere ma allargare a più persone incontrate nel nostro percorso musicale.
Il vostro nuovo album va oltre la dimensione del concept e si espande all’opera rock: ci parlate della struttura del progetto e delle caratteristiche di ruoli e personaggi?
Il progetto coinvolge da un lato gli attori e dall’altro gli strumentisti, ciascuno dei quali compartecipa alla storia in vesti ben definite. Ogni strumento ha in sè un ingrediente della storia, una componente essenziale della materia che circonda l’ascoltatore. Esattamente come ogni attore interpreta un ruolo determinante e concatenato agli altri… è un percorso, un viaggio per il quale si mettono in valigia le emozioni, gli stati d’animo, le esperienze personali e la curiosità di un occhio vergine bramoso di conoscenza. Si potrebbe dire che abbiamo cercato di non dimenticare nulla a casa, prima di partire…
A quale opera rock del passato vi siete ispirati nella realizzazione di Nei Giardini di Babilonia?
Sicuramente ci siamo ispirati a grandissime opere del passato come il Jesus Christ Superstar o Tommy dei The Who, in particolar modo per la teatralità con cui è sviluppato NGdB. Ogni concept album che abbiamo ascoltato negli anni ci ha lasciato un bagaglio personale e culturale che abbiamo cercato di sfruttare con i nostri mezzi e con molte licenze, dalla classica al jazz. Ad ogni modo consideriamo che ogni componente dei Quintessenza ha influenze molto diverse e sarebbe sbagliato dire che ci siamo attenuti ad un solo genere nella composizione dei brani…
In cosa pensate che si differenzi il vostro lavoro dalle altre rock opera?
Beh, certamente deve loro moltissimo a livello concettuale, ma troviamo che ogni opera sia un percorso a sè stante proprio perché racconta una storia… ed ogni storia è differente. Inoltre a noi piace “dipingere i nostri quadri” con licenze molto differenti, è raro sentire in questo lavoro la stessa intenzione sonora balzando tra un brano e l’altro (ma anche di 5 minuti in 5 minuti), benché i temi di fondo si richiamino continuamente. E poi c’è un alternarsi di momenti di climax (sia narrativo che musicale) e di riflessioni più intime nelle quali si sperimentano suoni ed ambienti insoliti perfino per i musical di Broadway. Certo, tutto questo non giova alla commercialità, ma certe volte si sente davvero la necessità di dimenticarsela.
Da quali emozioni e suggestioni sono nati i brani che compongono il vostro nuovo disco?
Essendo un lavoro che si basa principalmente sulle sfide (intraprese dal protagonista), potremmo dire che la sensazione che ci ha accompagnato durante l’intera stesura del progetto è stata proprio la voglia di osare. Non tanto in termini di tecnica, non ci interessa il mero sfoggio di esercizi di velocità (o almeno non ossessivamente come per alcuni Big), quanto… osare nella proposta compositiva, articolata non già solo di strofe-ritornelli-cavalcate-riff-assoli all’unisono e “mitragliate” di note, ma anche di momenti di tensione e risoluzione molto dilatati. Caratteristica forse più in comune col jazz che con il rock-metal.
Che tipo di metodo compositivo avete usato per questa opera?
“Metodo…” un epitaffio sulla tomba della creatività. Scherzi a parte, il leitmotiv che ci trascina da sempre è quello dell’intesa. Lavoriamo in sintonia nella fase compositiva, tirando fuori idee che sulle prime ci sembrano fantastiche e che poi, spesso, diventano solo il colore di fondo del brano finito. Il tutto ovviamente cercando di restare coerenti con la storia, cosa che in musica è a dire il vero la parte più divertente. Poter attingere a così tanti mezzi espressivi è il punto chiave per chi sceglie di comunicare attraverso questo genere. In parole molto povere, si potrebbe dire che la chiave del nostro metodo compositivo è: “mi piace, mettiamocelo!”
Tra le varie partecipazioni è da segnalare anche quella di Elena Fossi dei Kirlian Kamera: com’è nata questa collaborazione?
La collaborazione con Elena nasce dalla stima e dall’amicizia sviluppatasi anni fa quando insegnava canto moderno presso l’accademia della Musica di Volterra, città dalla quale proveniamo tutti. E’ stata da subito contenta di poter partecipare a qualcosa assieme a noi, un’occasione che non potevamo farci sfuggire!
Dai titoli del disco e dei precedenti, emerge un’attenzione all’esoterismo: come mai?
Certe tematiche hanno sempre interessato alcuni di noi fin da giovanissimi e questo ci ha portato ad inserirle anche nella musica che scriviamo. Questi tre lavori hanno tra l’altro un legame di fondo, ovvero la ciclicità delle energie dell’Universo e l’evoluzione dell’uomo. Comunque, il tutto si basa piuttosto sull’ispirazione del momento: non è escluso che in futuro possiamo affrontare tematiche differenti.
Nei Giardini di Babilonia è solo un progetto di studio oppure vedremo una realizzazione dal vivo?
Beh, fosse per noi diventerebbe anche un colossal cinematografico!
Nuovamente scherzi a parte, siamo alla costante ricerca di spazi e situazioni adeguate dove presentare la nostra musica in un contesto che differisca dal semplice concerto, ci piacerebbe molto ad esempio portare l’intero disco nei teatri, con un po’ di scenografia. Ma da soli è un passo che potremo fare difficilmente…
Vi confrontate da tempo con il rock progressivo, nel vostro caso a tinte più hard e scure: quali sono i vostri modelli e punti di riferimento?
Le influenze che possono emergere sulle prime (specialmente nei dischi precedenti) sono quelle legate al progressive metal più o meno contemporaneo: Dream Theater, Pain Of Salvation, Fates Warning, Porcupine Tree. In realtà, e in modo più marcato in questo ultimo lavoro, le matrici di riferimento affondano le radici un po’ più indietro: Genesis (Gabriel Era), King Crimson, Camel, Khan, i nostrani Banco del Mutuo Soccorso… Ma anche altri generi ci affascinano e hanno un peso sul nostro modo di comporre, come Pop, Hard Rock, Grunge, etc.
Quali sono i gruppi italiani e stranieri degli ultimi tempi che vi hanno colpito di più?
Non pochi, a dire il vero, ma quasi tutti sconosciuti ai più… A parte i già citati Porcupine Tree che comunque hanno un discreto seguito, sono ottimi gli Spock’s Beard, i Riverside, i Subsignal (precedentemente noti come Sieges Even), i Three… ed allontanandosi un po’ dal prog, i nostrani Calibro 35, i validissimi Coldplay, Massive Attack…
Quale pensate sia il tratto distintivo del vostro sound?
Sicuramente il fatto di riuscire a mischiare generi musicali diversi tra loro tentando di amalgamarli sia in strutture complesse che in melodie orecchiabili e facilmente identificabili, un connubio che non è così scontato in molte prog bands.
Che consiglio vi sentite di dare a chi si avvicina al mondo della musica?
Quello di suonare per amore della Musica, non di se stessi o del pubblico. Certo, sono due elementi fondamentali, ma la Musica esiste anche senza di loro ed è a lei che bisogna rispondere prima di tutto. A meno che non si intenda semplicemente intrattenere.
Quintessenza: cosa si cela dietro al vostro nome?
Ti sorprenderemo: il CASO. Semmai esista un caso, ovviamente. Eh già, non c’è una spiegazione cabalistica né filosofica dietro alla quale si cela la scelta di questo nome che ci portiamo appresso dal 1998, ma l’apertura casuale di un Dizionario. Però c’è da dire che forse questo nome ha giocato un qualche ruolo nel nostro percorso musicale, tant’è che oggi affrontiamo temi come elementi, creazione, cosmo, anima… che sia stato lui?






