Eppure, a imperitura memoria, dovrebbero comparire a fianco delle proprie vittime.
Avanzò nel buio. Estrasse dalla tasca del giubbotto di pelle di camoscio una piccola torcia che gli illuminò appena i piedi, e iniziò a contare i passi.
Al settantesimo, trovò la porta e la oltrepassò senza usare la chiave. Non ci sono chiavi per aprire la porta delle tenebre. La porta delle tenebre rimane sempre aperta per le ombre, e quelle più oscure vi penetrano felici ritrovandosi gioiosamente in casa propria.
Sulla parte di destra dell’oscurità vi erano i tesori ammonticchiati accanto ai sacchi di immondizia marcita che nascondeva l’arraffo: monete d’oro, sovrane inglesi, stateri greci. Più in là giacevano i barilotti della pirateria dell’infanzia, letta sui libri e vissuta inconsciamente senza mai scoprirla nell’età adulta, che traboccavano di pietre preziose, rubini, smeraldi, zaffiri, diamanti, turchesi e barrette d’oro, ebano, avorio, argento e ambra.
Fece un inchino ai tesori, che poi ritrovò accantonati - più o meno in pari misura in base agli accordi - a sinistra, e vedendo il centro del buio infiammarsi di ben più numerosi brillii, pensò che i tesori di mezzo fossero i più numerosi perché è sempre al centro che ci si nasconde meglio e si ruba, indisturbati e con maggiore profitto, grazie all’arraffa disconoscimentista dell’omonimo comparto del Male Perfetto.
E proprio in quel centro soggiornavano le piazze di ogni luogo, città, paese, frazione, villaggio, che esibivano le insegne della memoria: i Pincopallino, i Caio, i Sempronio, i Vattelapescachi, e senza statua (salvo che per il milite ignoto), con l’epitaffio che ne descrivesse le singole gesta, i martiri, i caduti, gli eroi, racchiusi in un elenco marmoreo attraversato da linee rette o concentrici, ghirigori e caratteri argentati o dorati a seconda delle disponibilità finanziarie della struttura comunale che li ospitava tutti insieme, come in una fossa comune.
“Li abbiamo cercati in ogni città, paese, frazione, villaggio, buco o anfratto della Terra”, dissero i profanatori di tombe: “Ma non li abbiamo mai trovati”.
Si riferivano ai corrispondenti elenchi contenenti chi li aveva resi immortali, agli aguzzini, agli assassini, ai torturatori di regime. Se ci fossero stati, speravano di trovarci memorie ricchissime con tesori simili a quelli nascosti nelle isole leggendarie della pirateria per l’infanzia.
“Non se ne trovano da nessuna parte”, brontolavano i profanatori di tombe: Eppure, a imperitura memoria, dovrebbero comparire a fianco delle proprie vittime”.
Ma i tesori più preziosi, con migliaia di nicchie ricolme di scheletri polverosi e di teschi conservati avvolti in pergamene legate con nastri di seta lucida e brillante, riguardavano i sintomi campione più eccelsi: santi, generali, alti magistrati, capi di stato, ministri, regine, re, grandi poeti, grandi pittori, e altri illustri Tolomeo fino alle più famose baldracche, compresi naturalmente i più eminenti Non Sapevano Neppure Dove Erano Messi, che ovviamente nelle attuali condizioni non potevano certo sottrarsi alla propria atavica ignoranza.
E i loro interessi indirizzati alla contemplazione intimistica e alla riflessione, continuavano a impantanarsi su ciò che si conosce come incenso, quando dedicandosi alla più profonda delle meditazioni filosofiche di loro pertinenza, insistevano nel sostenere che l’incenso non è che la resina di una particolare pianta che brucia senza posa per tenere lontani i tarli, i più famelici divoratori di legno, e che adesso – se almeno riuscissero a intuire almeno per una volta, e non diciamo a conoscere, ma almeno a sospettare dove si trovano - temendo giustamente che i tarli famelici possano penetrare nelle loro bare fatte di materiale pregiato, seta, carta intestata, manoscritti o preziosi manufatti ricamati in oro e argento di propria mano, pretenderebbero che di tale resina si faccia uso costante e duraturo.
Le cose transitorie che gli aborti e i rifiuti umani della Terra considerano immortali, rilucevano di oro e d’argento e se fosse stato possibile, per l’imperitura memoria, come tombe imbiancate gli elenchi dei trucidati, dei martiri, dei caduti, degli eroi e dei perseguitati dai regimi di usurpazione, sarebbero stati fatti della più fine rugiada.
I fiumi d’incenso attraversavano le boscaglie e le foreste più impervie. Tanti sono gli incensi che è sempre difficile distinguerli uno dall’altro.
“Ma gli elenchi dei responsabili, dei boia di regime, dovrebbero essere esposti esattamente a fianco degli elenchi delle vittime, con debita descrizione delle loro gesta criminali”, suggerivano alcuni dei discendenti delle vittime, magari pochi, pochissimi, ma almeno uno c’era. E proveniva direttamente dalla Croce.
Il milite è ignoto, ma il suo assassino lo si conosce benissimo e, per non correre il rischio di dimenticarlo, va debitamente memorizzato, per sempre.



