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Un ritratto

Giorgio CaproniLuigi Surdich, Giorgio Caproni. Un ritratto, Genova, Costa e Nolan, pp. 155.

L'autore «adotta» questo titolo, non per valersi di un programmatico «excursus» sulla vita e le opere di G. Caproni, e nemmeno per stendere una biografia sul poeta, bensì per guidare i lettori nel labirintico percorso della poesia caproniana e per ritrarre - nel suo farsi - denotazioni e attributi tematicoformali del suo profilo artistico.

Il saggio di L. S. enuclea, diffrazionandoli in sequenze cronologiche (a parte il prime capitolo che prende l'avvio a ritroso dalla poesia-epilogo Oh cari) i motivi centrali del pensiero caproniano con l'ausilio di riscontri testuali.

L'A. procede appunto dall'analisi della produzione giovanile, dove sono presenti immagini fuggevolmente sensoriali di spazi e luoghi esuberanti di licori vitali «...si infatua gaia / la danza di una montana / allegria» (Come un'allegoria e Ballo a Fontanigorda). Poesie impregnate di echi preermetici e antinovecenteschi di un Pascoli o un Saba, dove convergono realismo ritmico e impressionismo melodico.

Nella produzione successiva (a partire da Finzioni e Cronistoria fino all'emblematico Passaggio d'Enea), da valenze ermetiche miste di figure retoriche e metaforizzanti emergono, con sempre maggiore rilevanza, la precarietà e l'illusorietà dell'essere e dell'esistere, esorcizzante prima dalla finzione dei versi, poi dall'universalità della storia assolutizzante la sofferenza del singolo. Ma anche la poesia, la storia, nonostante il vigore parenetico e ribellistico, diventano inautentiche perché inautentiche sono le stesse realtà che descrivono. Io individuale e destino collettivo si misurano, si scontrano e terminano in uno scacco finale, coartati da un fato catastrofico. Così la figura di Enea, peregrino solitario che combatte coi mulini a vento, simboleggia il confluire di passato (che crolla) presente e futuro (inconsistente). Un viaggio senza ritorno, un «buco nero» che detronizzerà anche la muliebre bellezza della madre-fidanzata, anche la crudeltà della guerra. Una nemesi storica dove inversione di ruoli, complessi di colpa edipici e non, regressus ad infantiam, si riversano sul piano lirico in una scansione metrica precisa e coatta, disarticolata e franta; «disperata calma» della coscienza di morte che permea la vita. Questi i temi del Caproni maturo (I1 seme del piangere, Congedo del viaggiatore cerimonioso, e Il muro della terra) dove l'inconsistenza del reale giunge, attraverso una spuria metafisica, ad una nullificazione totale, sia della morte («La morte non è un luogo / Tantomeno un passaggio»), che di Dio («Mio Dio perché non esisti?»).

Il poeta dopo aver smembrato l'io e il mondo, aver polverizzato l'identità, pone anche Dio alla ricerca di un'identità che si è sottratto da Sé suicidandosi. E un Dio vigliacco, tiranno, «di sterminio», che da predatore si tramuterà in preda (come tutti gli uccisori-uccisi).

L'autore esplora poi la produzione conclusiva caproníana (Il franco cacciatore e Il conte di Kevenhuller), dove l'aforismasentenza asciuga, essica talvolta la musicalità sintattica; dove la «prosopopea» dell'io caccia sé stesso; dove la ricerca di un Dio che non c'è avviene in un tempo-spazio inconsistente. Questa è l'ateologia di Caproni. L'identità può essere riscattata - solo apparentemente però - con la soppressione e con l'assassinio, anche di Dio. E l'ossimoro delirante: «Dio esiste soltanto / nell'attimo in cui lo uccidi». Transito dalla vita alla morte, da un nulla iniziale a un nulla conclusivo. Un circuito incompiuto; morte della vita, morte del linguaggio, ma anche morte della morte, poiché la morte come la vita, come Dio, va cacciata, catturata e ucísa. Ma S. nota che tale concezione apocatastatíca non affonda nel Male, bensì ricerca il Bene inafferrabile. È il messaggio di «Res amissa», messaggio al negativo di speranze disattese e nostalgie dileguate; un ultimo spiraglio di luce che esiste anche se non lo si possiede «(Non può - niente può - dar risposta) / Non spero più di trovarla / L'ho troppo gelosamente (irrecuperabilmente) riposta». E il vuoto non lo si può comare neppure con le parole ormai rarefatte, scarne, alternate da spazi bianchi, ma colme di simbologie connotative.

L'irrisolta «querelle» caproníana fra epopea e prosopopea, storia e realtà, agonismo e sconfitta, l'Io e gli «io», è il messaggio che l'autore, con nitore stilistico e scandaglio tematico, vuole trasmetterci.
 
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