Lucianna Argentino - La vita in dissolvenza
Sabato 14 maggio alle ore 19
Via De Filippini, 17a - Roma
L’emozione che proviene dall’ascolto e dalla messa in scena dei poemetti de “La vita in dissolvenza” di Lucianna Argentino è forte e densa di immagini, sensazioni, ricordi, evocazioni, suoni, ma più che messa in scena direi “messa in vita”. E’ poesia che grida, ed è un grido, un dolore che si fa poesia.
L’autrice si muove molto a suo agio in questa dimensione metateatrale, e ad ascoltare i suoi versi nello spettatore cresce una tensione che lo porta ad immedesimarsi e a farsi trasportare emotivamente dalle vicende e dalle malesorti delle protagoniste femminili che l’autrice descrive in modo così vigoroso e suggestivo. Lucianna nella sua espressione poetica non ha mezze misure: urla la disperazione, il disappunto per l’impotenza di fronte al mistero della morte, e le fa vibrare attraverso le corde della sua sensibilità e della sua indiscussa vocazione poetica.
Per lei la poesia è vita ed è dono come lo è la maternità. In questi tre poemetti-monologhi che si intitolano (nell’ordine) Madre, Gestazione dell’addio, Aurora/Sara si offre generosa nei palpiti della propria sofferenza interiore e la rappresenta come simbolo di sofferenza dell’umanità, in particolare quella delle persone più deboli, le donne, i bambini e tutti coloro che “hanno dentro un mare in tempesta”.
Le sue liriche sono capaci di dare parola a chi parola non ha (più) – come dice l’autrice stessa - e di entrare nelle carni di chi le ascolta o le legge, per farsi largo all’interno di un tracciato di quasi risposte a quesiti insolubili e all’apparente assenza di speranze. Sono versi che non possono lasciare indifferenti e non farci trasalire dalla commozione.
Poesia che mai si slabbra, si perde o si sfilaccia mentre rimane, al contrario, coesa e solida nel suo trasmettere emozioni reali e vivide. Lo stile è energico, asciutto, mai ridondante; non ci sono cadute di tono e l’intensità lirica permane sempre a sostenere la lungimirante sensibilità di Lucianna. Ogni verso ha un suo perché, ogni concetto una sua metafora.
Il terzo monologo, Aurora/Sara, è vita-poesia che diventa teatro…Qui l’autrice rappresenta in maniera profonda e fotografa, anche da un punto di vista psicologico, il malessere e il disagio infantili che spesso vengono ignorati, o comunque non compresi, dal mondo degli adulti e li rende veri, palpabili.
Mi soffermo ora sul secondo monologo (“Gestazione dell’addio”), che mi ha particolarmente colpito perché prende spunto da un drammatico fatto di cronaca tristemente accaduto: il suicidio di una giovane donna, Valentina Cavalli, che non è riuscita a cancellare l’incubo di uno stupro subito sei anni prima. Questo poemetto è un commosso e doveroso omaggio alla sua memoria e alla sua femminilità violata. E a questo punto non posso fare a meno di soffermarmi anche su un altro poemetto inedito scritto da Lucianna dal titolo 1941 (pubblicato recentemente sul blog letterario La poesia e lo spirito, e che fa sempre parte del lavoro “La vita in dissolvenza”) dedicato a due grandi scrittrici, Virginia Woolf e Marina Cvetaeva, e in particolare al suicidio della poetessa russa. E da quest’ultimmo vorrei citare alcuni versi.
“Tutto è perso, è freddo, fame, bombe, miseria,/ tutto è disordine e pure il cielo è genuflesso/ sul nostro cuore sbeffeggiato dal male/ chiuso nella dissimetria tra la cassa toracica/ e l’orbita infinita attorno ai corpi terrestri/ umanamente dediti all’infelicità.”
Mentre in Gestazione dell’addio scrive: “Tutto, senza amore, si fa lontano/ e invivibile, tutto è guerra/ e odora di finitudine.”
E se tutto è disordine, guerra, male, e siamo destinati all’infelicità e al provvisorio, si è già trovata la risposta alla sofferenza - non la soluzione, in quanto ricerca vana - quella che permette di recalcitrare, rifiutarsi e dire: “Ecco settembre scalpitare irrequieto [….] come una fiera in agguato/ che mi fa preda e si nutre della mia fame...”
“…Eppure come una bambina/ serro le labbra, non voglio più mangiare/ questo tempo che non mi sfama/ anzi, mi consuma, fa di me pasto…”
Nutrirsi della poesia, così come del tempo che a sua volta la fagocita, e attraverso il ricordo trasforma la vita che, scriveva G. Garcìa Marquez: “non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda, e come la si ricorda per raccontarla”.
E sempre da 1941: “Per questo da tempo cerco un gancio,/ un corrispondente esterno al gancio/ che dentro batte contro le pareti dell’anima/ fa del mio corpo una zattera alla deriva…”
Ed ecco il gancio a cui appendersi, quello fisico, solido da cui lasciarsi ciondolare o quello del forse, del tempo e dei ricordi? Perché può avere un significato ambivalente il gancio di cui parla Lucianna, gancio inteso non solo come strumento di morte, ma anche come strumento salvifico, àncora di salvezza a cui aggrapparsi ammesso che una salvezza sia possibile…
Ma procedendo man mano nella lettura di entrambi i monologhi diventa molto esplicito il significato di quel gancio, come il concetto di nascita-morte per Valentina: “La nascita è distacco,/ la vita un maldestro rammendo/ ma questo nuovo strappo/ come lo posso ricucire?” – e ancora: “Al mondo non c’è più un luogo per me/ spodestata, giorno dopo giorno/ spinta un poco più in là/ dove non c’è gesto, né strada/ che possa ridarmi il viaggio.. […]Per questo non sono vile/ se è da tanto che penso di restituirla/ perché non so farmela nuova la vita,/ perché non fa più per me né io per lei…[…]
Un ciclo naturale che si trasforma in verticalità, in spietata e brusca spinta verso l’alto; un gioco che si tramuta in sacrificio, un regressus ad infantiam che non trova eco.
“..Oltrepasso il dubbio/ raccolgo il tempo mietuto/ stacco i piedi da terra e dondolo/ motum/ pensilem/ amant/ al ritmo spezzato del fiato:/ altalena naviglio che conduce al cielo/ rito propizio al rinnovarmi altrove a nuova infanzia./ Culla, dondolio e ninna nanna al mio sogno d’addio/ ai lombi tesi al balzo, alla spinta…”
La musica contribuisce certamente ad accrescere la suggestione della rappresentazione. E’ un incontro decisamente felice quello del recitativo con le melodie soffuse e intense della chitarra classica di Stefano Oliva, che accompagna e interpreta perfettamente la lettura dei testi poetici, insieme alle fotografie e ai disegni significativi che fanno da sfondo e suggellano un esperimento ben riuscito e pieno di suggestioni.
E suggerisco di andare a vedere questo spettacolo sia per l’energia poetica e umana che pervade i testi, sia perché alla fine della rappresentazione ci si sente smossi e arricchiti nell’anima.
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