“Seconda stella a destra questo è il cammino e poi dritto fino al mattino, non ti puoi sbagliare perchè quella è l’isola che non c’è…”
Edoardo Bennato "L'isola che non c'è"
- Coraggio, apra bene l’occhio altrimenti non riusciamo a metterle le gocce. Perfetto così, adesso anche l’altro. Ritorni fra una ventina di minuti che nel frattempo le pupille si dilatano e possiamo vedere il fondo dell’occhio. Usava il pluralia maiestatis il primario oculista di una nota clinica romana, ma in realtà era solo lui a visitare. E chissà come mai con me era molto comprensivo e gentile. Forse perché sono una paziente molto paziente, oppure perché mi mancano 20 diottrie all’occhio sinistro e 18 a quello destro. Proprio una vista d’aquila la mia!
Sono miope da quasi trent’anni e ho a che fare con oculisti e ottici da quando ne avevo sette, ma nessuno è riuscito a risolvere o migliorare il mio problema, come io non ho ancora capito la differenza tra gradi e diottrie…Insomma, se 10 decimi rappresenta la soglia di perfezione del visus, -20 è molto ben al di sotto di questa perfezione! Ma ormai mi ci sono abituata. Convivere con l’ipovedenza quando diventa uno stato, e non solo una patologia, è un po’ come convivere con un uomo per il quale non si prova più nessuna attrazione, ma a cui si è affezionati. Diventa il tuo specchio, il tuo riflesso, e non se ne può fare a meno.Nel corso degli anni la mia vista è andata sempre più diminuendo; da bambina cominciai con 2-3 diottrie (?) in meno, e poi durante l’adolescenza, avendo sempre letto e studiato tanto, ho “consumato” gli occhi e così la miopia è notevolmente aumentata.
Intorno ai 28 anni, dopo la laurea e gli studi per tentare di vincere qualche concorso, raggiunse un picco di tutto rispetto... Gli svariati oculisti che consultai all’epoca, mi rassicurarono sul fatto che intorno ai 32-35 anni la miopia si sarebbe bloccata, o quanto meno non sarebbe più cresciuta in maniera così esponenziale. Invece il suo aumento progressivo e continuo, ha smentito tutte le teorie dei “soloni” di turno! Alla fine mi sono rassegnata a portare gli occhiali (più che occhiali, fondi di bottiglia veri e propri!). Per le lenti a contatto avevo purtroppo sviluppato un’allergia quasi atavica. Mi sentivo buffa e goffa. Forse anche perché gesticolavo troppo mentre parlavo. Pensavo di suscitare una certa ilarità dietro quelle lenti così spesse, e di apparire anche ridicola. Chissà, magari come clown sarei stata strepitosa!
Di certo rimpicciolivano molto i miei occhi scuri, che apparivano come socchiusi (del resto il termine greco myops myopes, da cui deriva la parola miopia, significa proprio “colui che tende a chiudere gli occhi”). Gli occhiali hanno pure sagomato il mio naso di una fastidiosa gobbetta che mi ha regalato quel caratteristico profilo “greco”, del quale avrei fatto volentieri a meno…Al tempo stesso, però, mi procuravano un’aria vagamente intellettuale che contribuiva a darmi un certo fascino (o piuttosto un’aria da arcigna professoressa liceale di latino e greco!?). Però sapevo di piacere, di risultare piuttosto attraente, e dato che non sono né appariscente né prorompente, di non suscitare quell’invidia che è tipica delle donne bruttine e insoddisfatte nei confronti di quelle più belle e più giovani, specie se sono troppo bizzarre o emancipate.
Mi piacciono le sfide, e soprattutto vincerle. Certo, perdere molto meno…Ma si sa che spesso la vita è come una roulette: qualche volta si vince ma per lo più si perde! E mi piacciono le vittorie difficili, come ad esempio sapermi conquistare un uomo. Come nei confronti di quello che avevo creduto il mio grande amore, ahimè frutto soltanto di una sbandata adolescenziale, che come risultato mi aveva fatto crescere a dismisura miopia e borse sotto gli occhi - considerato l’intenso lavoro a cui avevo sottoposto i sacchi lacrimali. La sera con i suoi contorni d’ombra mi sorprendeva nello smarrimento dell’abbandono. E le ombre si scioglievano nei pensieri che diventavano lugubri e sfocati, come quando mi toglievo gli occhiali e tutto si trasformava in una nebbiosa grande monade. Tutto diventava senza confini. Mi guardavo intorno e non capivo dove mi trovavo. Per questo motivo preferivo il giorno, la luce del sole che mette bene a fuoco anche la cieca indifferenza degli altri. Ma sapevo tutto e non mi illudevo, neanche di essere amata, perché ingannarsi è facile. Specie con gli uomini, che fanno credere di poterti staccare uno spicchio di luna dal cielo per regalartelo prima di portarti a letto, ma dopo la scopata si e no che ricordano il tuo nome. Bocconi amari ne ho ingoiati tanti, fino a provare prima nausea e poi disgusto. Come pure le cicatrici lasciate da unghie crudeli che hanno affondato nelle mie morbide carni. Cercavo qualcosa di diverso, qualcosa che mi facesse dimenticare e sentire importante…Dovevo trovare la sintonia giusta che facesse esprimere il meglio di me. Un giorno, salita su un autobus per andare al lavoro, la mia attenzione fu magneticamente polarizzata da un cartello pubblicitario dove era scritto: “Scoprite l’isola dei Myopes! Un piccolo paradiso nel cuore del mar Egeo. Paesaggi mozzafiato e natura incontaminata…Prendetevi una pausa per allentare lo stress del lavoro quotidiano!”
Non sapevo che luogo fosse e dove si trovasse, così telefonai al numero che avevo prontamente annotato su un foglietto. Quel posto mi incuriosiva anche perché non ne avevo mai sentito parlare, e non trovai alcun riferimento nemmeno cercandolo su Internet. Eppure evidentemente esisteva...L’avventura era sempre stata per me una specie di adrenalina che mi dava la carica. Il telefono di cui avevo preso nota era di un’agenzia di viaggi che proponeva una di quelle offerte allettanti con pacchetto tutto-incluso. Mi dissero che era un posto molto tranquillo. L’isola non era rinomata perché era molto piccola, situata all’interno del gruppo delle Cicladi, ed oscurata dalla maggiore notorietà delle isole limitrofe di Mykonos (spiaggia turistica di moda specie tra gli anni ’80 e ’90) e di Naxos. Avrei fatto scalo a Mykonos con l’aereo e poi avrei preso l’aliscafo per Myopes.
Dopo parecchie perplessità e titubanze, decisi comunque di partire per un giro di ricognizione verso questa meta misteriosa. Pensai che nella peggiore delle ipotesi mi sarei ritrovata in “un’isola degli sconosciuti” a litigare e a mandare qualcuno in nomination… - In questo caso me la sarei data a gambe levate. La natura era davvero spettacolare nonché selvaggia. Mare che più azzurro non si può, con tramonti mozzafiato e albe limpide e dorate. Fui accolta molto cordialmente. Gli abitanti del luogo sono persone semplici e cortesi. Vivono di pesca (si mangiano zuppe di scampi memorabili), e la loro principale fonte di sostentamento non è rappresentata dal turismo, che là non si è ancora sviluppato, ma dalla produzione di bambole gonfiabili (si, quelle un po’ particolari che normalmente si vendono nei sexy-shop!) Cosa alquanto singolare – pensai. Rimasi ancor più sorpresa quando scopersi che gli indigeni portano tutti occhiali da vista con lenti molto spesse, e sin dalla più tenera età. Insomma, sono tutti incredibilmente miopi, quasi ciechi come talpe... Non ce n’era nessuno che non lo fosse: senza distinzione di sesso e di età.
- Questa si che è un’autentica democrazia” - riflettei.
Così l’isola era stata soprannominata dei Myopes. E io ero la più miope di tutti! Finalmente mi sarei sentita a mio agio, ed avrei potuto fare la prima attrice in uno spettacolo di cui conoscevo il copione a memoria.
Questo almeno fintanto che uno di loro, evidentemente più miope degli altri, per scarsa visibilità o fortuita malasorte – chissà - non decise di mettere fine alla mia permanenza sull’isola delle bambole gonfiabili nonché sul pianeta terra, investendomi con la sua macchina nuova di zecca (anch’essa gonfiabile)…
Per lo meno così non ho più problemi con la vista!


