Dopo L’amore è eterno finché dura, i vari Manuale d’amore e Il mio miglior nemico, nei quali perseguiva l’obiettivo di un’interpretazione smerciata asciutta e ragionata, seppure profondamente stagionata dalla regia indirizzata alla nuova commedia all’italiana che riproponeva il sesso relegandolo alle più conformizzate e riciclate situazioni coniugali e di coppia, sia di rogito notarile che di fatto, Carlo Verdone torna al macchiettismo vecchia maniera, alle maschere della quotidianità romanesca e al narcisismo megalomane che a suo tempo aveva dichiarato di aver abbandonato.
Il candido Leo, che alzava gli occhi al cielo quando lo si obbligava a un minimo di riflessione, si è sposato con Tecla, ha due figli paffuti e una madre defunta da seppellire. Il meteoropatico Furio, che organizzava i viaggi automobilistici della propria famiglia secondo le previsione meteorologiche e del servizio di percorribilità stradale, ha cambiato il nome in Callisto, docente universitario impegnato in una prestigiosa carriera e nella sistemazione di un figlio introverso, attingendo anche dal luminare di medicina vedovo e alla costante ricerca di nuove vittime da “impalmare”; e i coatti Jessica e Ivano sono rientrati dal viaggio di nozze cambiando i nomi in Enza Sessa e Moreno Vecchiarutti, hanno concepito e allevato il figlio Steven e riprovano a farlo “strano”mimando i vecchi personaggi che anziché in disuso si rivelano ancora più conformisti e ordinari in una ridefinizione somatica dei personaggi e dei codici della commedia all’italiana anagraficamente tanto più attuali quanto più datati e scorretti. I bonari “mostri” della periferia romana recuperano così, nei linguaggi evolutisi al negativo invertito, ossia nella degenerazione del collettivo, i siparietti macchiettistici del mammone imbranato, del professore pedante e del coatto di borgata, garantendo quel minimo di divertimento che necessita al botteghino. Tanto più che la riproposizione del fondo schiena della sensuale Claudia Gerini, che non mostra i declini dell’età ma anzi, sebbene più intravisto e immaginato che visto in mancanza di appositi primi piani, resta metaforicamente, richiamandoci al titolo del lungometraggio e ai suoi contenuti, la cosa migliore del film e il rammarico, per gli amanti del “fondo”, di ciò che si sarebbe potuto vedere e non si è visto…






