R a d i o l a n d

M u s i c a & I n f o r m a z i o n e

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Ritratto di signora

Locandina Ritratto di signoraProduzione Usa del lontano 1996, nel cast dai nomi altisonanti, attori allora celebri o divenuti celebri successivamente, regge ancora Nicole Kidman, anzi oggi più che mai a causa del sopravvenuto straripante successo della promiscuità edonistica, di cui la bella Nicole è protagonista nella scena cavernicola in cui fantastica di essere a letto con i suoi tre pretendenti per poterne scegliere il migliore o perlomeno quello per lei giusto; d’altronde come si farebbe oggi molto saggiamente, provando tra le varie alternative per la prima volta o dopo la rottamazione, la nuova auto da acquistare per i prossimi quattro, cinque o sette anni, dato che a causa del relativismo e dell’annesso pluralismo sintomatico, il romantico detto “L’uomo della mia vita” oppure “La donna della mia vita”, si è moltiplicato molto velocemente nel più moderno “gli uomini o le donne della mia vita”, che si spera comunque non incalcolabili e impossibili da ricordare come l’anonima clientela della prostituzione. Ma poi, per non colpevolizzare troppo la bella Nicole, chi è che non ha mai sognato di fare l’amore con la propria madre o il proprio padre, o la sorella o il fratello o la cognata, oppure di ammazzare il padre, la madre, la sorella o il fratello? Si tratta solo di immaginazione, di sogno, e in ogni caso la giovane americana Isabel Archer (per l’appunto Nicole Kidman), giunta in Inghilterra per accompagnare la ricca zia, e partita successivamente per l’Italia dopo aver ereditato la metà del patrimonio dello zio interpretato da J. Gielgud, sbaglia clamorosamente la propria scelta e finisce nelle grinfie del peggiore dei suoi pretendenti, il quale sposandola la trascina nell’infelicità e nel pericolo, dando modo al melodramma di svilupparsi dalla letteratura al cinema in una sintesi fotografica sinistra, miscelata di chiaroscuri e colori assai ben riusciti. Se ci sono dei limiti nella trasposizione dalla carta stampata all’immagine, nulla si può addebitare alla regia sensibile e accurata di una Jane Campion molto attenta ai temi della libertà femminile e della conquista delle pari opportunità; e gli inevitabili scompensi, le forzature e le banalità che insorgono sullo schermo, non le appartengono, non sono suoi, ma del romanzo del 1879 di Henry James, ai quali la regista è stata costretta ad attenersi quanto più fedelmente possibile. Di conseguenza, non possiamo addebitarle neppure la chiave di lettura del melodramma: quella più subdola e in penombra; e neppure il finale sospeso e aperto alle tante prospettive sia sociali che personali femminili, in cui ci si ostina nel voler dimostrare ad ogni costo come la protagonista abbia comunque conquistato nella scelta da lei sbagliata ma non impostale, la libertà a cui anelava. Il che porta però acqua copiosa al mulino maschilista che, paradossalmente, si vorrebbe così giustificare, in quanto è doveroso che sia sempre il maschio a scegliere, perché le donne non sarebbero in grado di farlo con saggezza, tant’è che quando lo fanno sbagliano. Ma siccome la filosofia latinista sull’ineluttabilità dell’errore umano, è stata smascherata e destituita da ogni fondamento, e il “lasciatemi comunque sbagliare con le mie stesse mani” del diritto personale di ciascuno all’esperienza e all’errare, è finito fuori moda prima nel cestino dei rifiuti e poi per le strade di Napoli, non ci resta che porre un cenno - anche se ormai privo di curiosità perché ampiamente spiegato - sui continui richiami della falsa umanità, regno dello Spazio Chiuso, dell’Incoscienza e dell’Irresponsabilità, al trittico tematico libertà, coscienza, responsabilità, ad essa perfettamente estraneo.


 
Banner
Banner
Banner
Banner