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Il film di Ursula Meier , è del 2009, ed è una coproduzione tra Belgio,Svizzera e Francia. Marthe, Michel e i loro tre figli vivono isolati in una piccola casa lungo una vecchia autostrada mai inaugurata e abbandonata da anni, e dove non è mai passato nessuno, quando un bel giorno viene deciso da autorità invisibili quanto un dio relativo - peraltro visibilissimo perversamente con le proprie malefatte e i sintomi sociali, quanto l’albero maligno con i propri frutti marci - che quella autostrada debba essere messa in funzione; così che migliaia di macchine iniziano a sfrecciare sull’autostrada a pochi metri dalla casa. La famiglia di Marthe e Michel si ritrova quindi intrappolata, prigioniera delle auto ad alta velocità che vertiginosamente vi transitano importando inquinamento sonoro e atmosferico. La famiglia si chiude in casa, è perfino costretta a seppellircisi murando porte e finestre per difendersi dall’inquinamento, quando ormai allo stremo e in crisi di sopravvivenza, riapre porte e finestre, esce all’aperto e, sfidando la folle corsa delle auto, costeggia unita l’autostrada in una metafora diabolicamente dolorosa e claustrofobica, secondo le intenzioni registiche e interpretative del film intesa a rappresentare la conquista di una solidarietà e di un amore altrimenti impossibili, ma di fatto inesistenti e invisibili quanto l’inesistenza e l’invisibilità del falso dio relativo, ma che se si fosse capaci di andare oltre, di capire, offrirebbero inaspettatamente la trasposizione sul grande schermo del ghigliottinamento e del relegare il nucleo centrale della società, la famiglia, nel ghetto e nel disperato seppellimento in se stessa, a vantaggio della società capovolta, l’organizzazione sociale dell’a e del per…delinquere, tanto per continuare a ricordarlo di tanto in tanto, a imperitura memoria. Ma, per il momento, per la memoria spazio-temporale e la recensione del lungometraggio, doveroso è soltanto l’annotare l’ottima interpretazione di una straordinaria Isabelle Huppert.






