Esilarante party anni Sessanta, probabilmente la più riuscita e divertente commedia di tutti i tempi, al quale il pubblico è invitato a partecipare insieme all’indimenticabile Peter Sellers nei panni di un’imbranata comparsa di origini indiane del set cinematografico hollywoodiano, tale Hrundi V. Bakshi. L’imbranata comparsa che si era distinta indossando un moderno orologio al primo giro di manovella di un film d’epoca facendo poi esplodere il set finendo sulla lista nera degli indesiderabili, si ritrova invitata per errore nel party organizzato in una lussuosa villa per festeggiare la riuscita del film, circondata da una galleria di personaggi estremamente comici, tra i quali il divertentissimo cameriere Levinson che dopo essersi scolato tutti i drink rifiutati dal sobrio Hrundi, astemio incorruttibile, si ubriaca commettendone di tutti i colori in un delirio di divertimento senza freni dove il buffo Hrundi primeggia in improvvisazioni e trovate di inconscia natura burlesca tragicamente disastrose nei risultati, ponendosi al centro di un’incredibile metafora che mescola schiuma, gag, comicità surreale e incidenti di indescrivibile follia. Accompagnato dalle musiche di Henry Mancini, Hollywood Party tocca vette di catartica catastroficità fino al delirio finale a cui segue la rivincita dell’emarginazione sociale, razziale ed emotiva del protagonista, emarginato soprattutto da se stesso in quanto inconsapevole della propria incontenibile imbranatura, grazie all’incontro con l’incantevole cantante francese Michèle, che diviene un punto fermo per la prospettiva di un suo futuro sentimentale. Opera d’arte e film sotto ogni aspetto insuperabile, che è infatti possibile vedere e rivedere senza porsi limiti e con grande spontaneità e partecipazione, come se fosse sempre la prima volta.






