Questa esposizione cinematografica, secondo le intenzioni del regista Davide Ferrario, avrebbe dovuto essere un film “nel carcere”, e non “sul carcere”, quindi in grado di suscitare interrogazioni sul senso profondo della religione. Il personaggio guida è una giovane regista teatrale, Irena Mirkovic, culturalmente attenta alla sperimentazione che sembra aver trasferito anche nella propria vita privata con risultati fallimentari trovandosi nella fase terminale della sua relazione sentimentale con un attore: Cristiano. Irena accetta la proposta di Don Indio, cappellano di un carcere, di mettere in scena utilizzando come attori i detenuti un musical sulla passione di Cristo. Il direttore del carcere è favorevole al progetto, mentre la “madre spirituale” del contesto, tale suor Bonaria, appare in un primo tempo contraria. I detenuti si mostrano invece favorevoli e disponibili fino al momento in cui si arriva all’assegnazione delle parti, perché nessuno intende interpretare il personaggio di Giuda, ritenuto dai carcerati l’emblema del traditore, l’infame. Da qui il dilemma che evince il nocciolo del problema della storia cinematografica, della religione e della stessa umanità simulata del pianeta. E’ possibile pensare a un Cristo senza Giuda? Ovviamente per ignoranza, o meglio per analfabetizzazione intellettuale, cioè l’impossibilità di capire, secondo le ingenue intenzioni del regista, che si dichiara ateo convinto - il che nel contesto terreno delle copie conformi e del ricalco, non si differenzia affatto dal credente praticante, data la pluralità religiosa in cui la chiesa ateista non può non trovare piena e perfetta collocazione - la risposta risulterebbe affermativa equivalendo a un presepe in cui è possibile ad esempio comporre la capanna con il solo asinello senza il bove, ma da cui risulterebbe impossibile togliere il bambin Gesù in quanto cuore e significato uno, unico, indivisibile e insostituibile, del presepe. Ciò vuol dire che tolto quel Giuda, ce ne sarebbe subito pronto un altro, che si chiami anziché Giuda, Caio, Tizio, Sempronio, Pincopallino o Vattelapescachi, risulterebbe solo un dettaglio nel mondo rovesciato delle copie conformi e del ricalco. Quindi, naturalmente il blocco è totale, altrimenti il film, proponendo al posto di Giuda un qualsiasi altro personaggio con identiche e inviolabili mansioni, perché impossibili da cambiare in quel contesto, svelerebbe in un attimo di lucidità improvvisa il mistero dei misteri - la ragione del coma profondo in cui versano i negativi invertiti del pianeta – cioè il mistero dell’umanità simulata, dell’usurpazione per assenza divina delle religioni, dell’inscienza, dell’ingiustizia, dell’insanità, e via di seguito reiteratamente all’infinito relativo, dall’Alfa all’Omega del cerchio chiuso dello Spazio Finito. Il film, che doveva essere “nel carcere” e non “sul carcere”, si evince pertanto sia nel carcere che sul carcere, svelando nella condizione coatta del pianeta isolato e smarrito nel deserto cosmico, il vero carcere, la prigionia incompresa.







