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Home Recensioni films Recensioni d'autore La doppia ora - Recensione, Giuseppe Capotondi - Radioland

La doppia ora - LocandinaLa doppia ora

Da Lubiana arriva Sonia, una bella ragazza che viene assunta come cameriera in un Hotel e per caso incontra in un locale, uno speed date, Guido, un ex poliziotto il quale lavora come custode in una villa fuori città. Sonia e Guido iniziano a parlare, a fare conoscenza, simpatizzano, si frequentano e pochi giorni dopo sono insieme. Si stanno innamorando, quando una sera durante una rapina nella villa in cui Guido lavora (e al momento della rapina era presente anche Sonia) Guido resta ucciso. Ed ecco che il passato di Sonia ritorna con tutti i lati oscuri e i nodi non risolti (bisognerà attendere il finale per fare chiarezza, ma allora sarà troppo tardi, non ci sarà rimedio). Sonia viene perseguitata dal fantasma di Guido, che la tormenta e le appare all’improvviso, in corridoio, nel bagno, per la strada, in camera da letto, accanto a lei; e una collega e amica di Sonia muore buttandosi dalla finestra della propria abitazione. L’atmosfera si fa sempre più grigia e nebulosa, tra Flashback e intrusione di sequenze che sembrano oniriche e invece no, quando si scopre che tutto ciò che sembrava sogno è realtà e ciò che sembrava reale era soltanto l’effetto dello stato comatoso, in cui da tempo Sonia si trova. Guido naturalmente non è morto e stava sempre accano a lei, vegliandola, per tutto il lungo tempo della degenza di Sonia in ospedale. Ma le sorprese non finiscono qui: sono appena iniziate e continuano in un finale banale in cui traspare il plagio (tristemente molto stupido) attingente dalla cinematografia americana, dato che ormai chi non ha idee (cioè tutti) copia l’America nel modo più esplicito e barbino possibile. E siccome anche a Hollywood di idee non ce ne sono, figuriamoci cosa ne viene fuori. Il film naturalmente è del genere thriller, la regia è di Giuseppe Capotondi, ma la mattatrice è la solita Ksenlya Rappoport tra nome e cognome sei vocali e undici consonanti, bravissima nella recitazione solitaria, specializzatasi da “La sconosciuta” in poi nei primi piani molto espressivi, dei quali resta però sempre il dubbio che il vero fascino provenga da un effetto opposto, perché sfoderando sempre la stessa serie di espressioni, si corre il rischio di diventare inespressivi. Possibile che il fascino venga fiori da un’espressività standardizzatasi? Forse non è così, ma il dubbio resta. Del suo partner e degli altri attori non sappiamo che dire. Se fossimo piloti di aereo, ci piacerebbe sorvolare.

 
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