Storia di transizione, di ordinario fascismo, di dittatura totalitaria in progress verso il pluralismo sintomatico del dittatorialismo allargato, storia dunque archeologica e classica dell’Organizzazione sociale di Disuguaglianza Economica relativa delle Nazioni, trasferita sul grande schermo del Paese campione in un film d’epoca di Marco Tullio Giordana, riferita ai tempi in cui per fare l’attore bisognava ancora saper recitare, per fare lo scrittore saper scrivere, il cantante cantare, il regista dirigere, e così via. Cinque giorni dopo la fine della seconda guerra mondiale, all’alba del 30 aprile 1945, dopo un fantomatico processo in cui l’istrionico attore Osvaldo Valenti, accusato di fascismo, diede spazio a tutto il suo talento ironico, beffardo e trasgressivo, sbeffeggiando i convenuti tra i quali figuravano in pompa magna degli esponenti delle SS italiane - “processo” conclusosi con un nulla di fatto per insussistenza dell’imputazione basata su confuse dicerie, tanto che la stessa accusa avrebbe potuto essere rivolta senza eccezioni a tutti gli italiani - venne rinvenuto alla periferia di Milano il suo cadavere insieme a quello dell’attrice Luisa Ferida, entrambi assassinati da sedicenti partigiani, in realtà fascisti precipitosamente passati nei nuovi ranghi, ansiosi di eliminare ogni testimonianza sulla loro precedente identità e funzione. Coppia inseparabile nella vita e nel cinema, e quindi anche nella morte violenta, il duo Valenti-Ferida, sintomo campione di chiara fama prelevato dal campionario morboso dell’epoca, prestò il proprio fascino, la propria dipendenza dal vizio e dalle mode corrosive surrogata da un carisma torbido e cocainomane futuristico, al regime di quei tempi e alla massa amorfa che lo significava nell’applauso e nel consenso vistoso. Come oggi. Come sempre. Nei panni di Osvaldo Valenti e di Luisa Ferida, sebbene fisicamente non molto credibile, il duo Luca Zingaretti-Monica Bellucci in qualche modo e più o meno bene o male “se la cava”. La constatazione malinconica che il film non aggiunge niente, ma si limita a reiterare le cinematografate di propaganda fascistica post bellica mascherata di sedicente antifascismo, è d’obbligo. Il che ci riporta al popolare e insuperato detto “come prima, peggio di prima” dell’iter maligno e al titolo del lungometraggio di Giordana (Sangue pazzo), ripreso dal progetto di un film che Luisa Ferida e Osvaldo Valenti avrebbero desiderato interpretare, e che in qualche modo hanno davvero interpretato nella rappresentazione divenuta attualissima di un popolo di innocenti, un tempo per effetto dell’invisibilità dei sintomi formato da santi, navigatori e poeti, e oggi, nella sintomatologia sociobiologica in essere, da cocainomani, ladri e lestofanti.






