Diretto da Ethan e Joel Coen, con Tommy Lee Jones, Javier Bardem Josh Brolin e altri, questo è un film nel quale la violenza bruta della natura negativa invertita del mondo basso, si specchia senza sussulti, tentativi di nascondersi o tentennamenti, ma con estrema innocenza, come se si stesse semplicemente preparando ad andare al “lavoro” e, guardandosi allo specchio, si dicesse con compiaciuta soddisfazione: “Ecco, io sono così”. In questo film, non c’è quindi la ricerca coreografica, ossessiva e sofisticata , alla Tarantino, dell’ironizzare su se stessi e sull’eccesso di se stessi, per riuscire a far ridere a tutti i costi mostrando nei particolari più crudi e sanguinari gente che muore e viene fatta a pezzi, non necessariamente in questo ordine. Qui si tratta di semplice constatazione, e parlare di ironia o di risate, potrebbe risultare decisamente fuori luogo. Il filo conduttore del film, tratto dal romanzo del Premio Pulitzer Cormac MacCarthy, è il vecchio sceriffo Bell, disincantato e stanco, impossibilitato a riconoscersi nell’iter degenerazionale del West e di una disumanità esposta sul palcoscenico sintomatologico del riconoscimento, dopo i secoli del proprio occultamento retorico. Disumanità e degenerazione, naturalmente non riconosciute a causa delle gravissime forme di analfabetizzazione intellettiva con conseguente importazione di adeguata ignoranza, che affliggono la regia, l’interpretazione, la sceneggiatura, la produzione, la critica, e quale ultima conseguenza la partecipazione del pubblico pagante, in un contesto la cui ignoranza totale e irriducibilmente crassa gli impedisce di conoscere perfino se stesso. Ma, almeno questo, grazie alla Cultura dell’Universo, è ormai risaputo per cui, ricordandolo come semplice premessa, passiamo oltre giacché in una zona desertica, nella quale affluiscono congiuntamente territori impervi e interessi criminali Usa e messicani, Liewelyn Moss trova un camioncino attorniato da cadaveri con un carico di eroina e una valigetta contenente due milioni di dollari. Moss si impadronisce della valigetta, dando la possibilità a un killer pazzo e sanguinario - incaricato dalla relativa cellula mafiosa dei narcotrafficanti - di mettersi sulle sue tracce per recuperare il malloppo, seminando morte e sangue fresco. Poiché si tratta di un filmato di constatazione praticamente documentaristica, l’happy end è estremamente insolito, perché l’unico a farla franca insieme allo sceriffo, il quale sopravvive al massacro cinematografico degli interpreti tirandosi prudentemente da parte, sarà il killer pazzo in quanto emblema trionfante di un vecchio mondo folle e disastrato. Come detto, le uccisioni abbondano, ma lo scopo dei Coen condiviso dalla critica, non sarebbe quello di mostrare quanto sono bravi nel mettere sul grande schermo, insieme, assassini e cadaveri, come dire demoni e dannati, invero sintomi campione e semplici sintomi, ma a quanto ci dicono il loro vero obiettivo, invero ciò che per loro conta, sarebbe invece quello di mettere in rilievo una scintilla di “umanità” in una “umanità” degenerata e degenerante, ma che per loro semplicemente “cambia”: che sarebbe come dire che il malato che progredisce quale malato, passando dallo stato stazionario a quello collassale e/o terminale, starebbe semplicemente “cambiando”. Cambiando, infatti, dallo status di vivo a quello di morto. Ci disturba perciò tantissimo dover in qualche modo considerare Non è un paese per vecchi, un film quantomeno insolito perché rifugge dal tarallucci e vino e si conclude sporco, ruffiano e maledetto, come da realtà. Così che, a causa della straripante presenza sul pianeta Terra degli aborti e rifiuti umani, è con grandissima fatica se riusciamo ad evitare che in questo film si introduca l’ironia sofisticata di Tarantino, concludendolo con la più grassa e oscena risata della sua storia. Ma soprattutto, dal momento che prendendo lo spunto da una critica così detta accreditata, ci vorrebbero far credere che nonostante le apparenze i Coen “riescano ancora a fare un cinema di qualità, spettacolare e al contempo profondamente diverso e morale”, ci sembra di aver appena assistito, visionando un film profondamente conformista e amorale, all’elegia della morale dell’immoralità.






