Il film di Riccardo Milani è buono e l’interpretazione di Kim Rossi Stuart - uno dei pochissimi attori italiani che nonostante le manovre dei già citati Saccà, Berlusconi, Bordon e Co, impegnati nel reclutamento dell’incapacità, sappia invece recitare e sia anche bravo - è eccellente. Il piccolo Luca, profondamente turbato dalla morte della madre rimasta uccisa in un incidente stradale, trova nel pianoforte che la madre gli ha insegnato a suonare e ad amare, il suo rifugio naturale. Diplomatosi al conservatorio, Luca viene introdotto nel jazz di Bud Powell e, divenuto uno dei maggiori musicisti italiani del genere, è chiamato da Chet Bacher ad accompagnarlo in un suo tour europeo. Il film narra la storia drammatica di un artista tormentato che ascende al successo e poi decade vittima del proprio passato. Ma la storia è vera. Luca Flores è stato uno dei talenti nascosti dal jazz italiano, un grande pianista vissuto tra il 1956 e il 1995 che nel corso della sua breve carriera si è cimentato a fianco dei mostri sacri della musica raffinata, da Massimo Urbani a Chet Backer, ma il cui sogno era di esibirsi in una cassetta-giocattolo lontano dalla presenza diretta del pubblico. A sottrarlo dall’oblio, fu anche il libro di Walter Veltroni “Il disco del mondo”, che faceva riferimento a un disco amato dal musicista: “Il clavicembalo ben temprato” di Bach, ma nel film è il preludio di Sergei Rachmaninoff ad offrire una duplice chiave di lettura, musicale e umana, in una installazione drammatica in cui dagli anni infantili in Africa si susseguiranno con l’affermazione come pianista, i primi indimenticabili concerti, l’amicizia affettuosa dei colleghi, il sostegno dell’adorata sorella Baba e l’amore di Cinzia, ai margini della “colpa” che inconsciamente egli si attribuirà e resterà per sempre, dominatrice inesorabile, al centro dei suoi percorsi esistenziali con le scale infinite che egli ripete al piano con ossessiva devozione verso quella musica-madre alla quale egli crederà di ascendere definitivamente con il proprio suicidio che ne esporrà il corpo, oscillante e trasceso, perfettamente affine al mistero di una musica e di una morte esposte in un tutt’uno, in profondità, nella contemplazione dell’abbraccio estremo con la madre-musica. Kim Rossi Stuart consente con la sua interpretazione talentuosa e di straordinaria interiorità espressiva, un impianto di grande credibilità coinvolgente il lato più oscuro e intimista del grande pianista jazz, che non fà rimpiangere, neppure per la migliore resa dell’opera cinematografica alla vita “vera” e alla minore conservazione della memoria dell’artista, la possibilità di una esposizione meno tradizionalista e chiusa nel complesso narrativo documentarista, ma guidata dall’improvvisazione. A fianco di Kim Rossi Stuart vi è da ricordare la Baba di Paola Cortellesi, che fu la prima ad avvertire gli squilibri psichici di Luca Flores, in una interpretazione assai misurata e gradevole. In definitiva, considerato il contesto artistico dell’attualità da cui proviene, Piano, solo può considerarsi un piccolo miracolo del cinema italiano che, seppure inaspettato e brevemente, recupera in parte i fasti cinematografici degli anni in cui la storia di Luca Flores ebbe inizio e i vari Saccà, Berlusconi, Bordon e Co ancora non c’erano per imporre incapacità e corruzione.






