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Home Recensioni films Recensioni d'autore A Migthy Heart - Un cuore grande - recensioni, film, cinema, drammatici - Radioland

Locandina a mighty heart un cuore grande

A Mightly Heart - Un cuore grande

Storia vera, tratta dal libro: “Un cuore grande: la vita e la morte coraggiose di mio marito Danny Pearl”, scritto della moglie del giornalista rimasto vittima del fondamentalismo integralista musulmano, all’epoca dei fatti incinta di sei mesi.   Michael Winterbottom è un regista ritenuto dai più “libero e coraggioso”, che “coraggiosamente” continua a fare il cinema in cui crede, senza preoccuparsi della critica e di qualche sua opera meno riuscita, ma soprattutto “libero” perché  avrebbe potuto campare di rendita dopo il successo di film come The Road to Guantamano, conservando la fama di regista che denuncia l’effettivo disprezzo dei diritti dell’uomo da parte delle più grandi Democrazie negative invertite del Mondo, e che sembra invece incline a tirare fuori opere di verità, anche se debbano risultare a discapito della sua precedente fama, come in questo film in cui – andando dall’altra parte - denuncia senza mezzi termini i metodi criminali del fondamentalismo islamico. Che si voglia poi adesso attribuirgli scusanti facendo intendere che egli non vuole con questo confondere il fondamentalismo islamico con gli arabi, come in precedenza non voleva confondere le grandi antidemocrazie della Terra con gli americani e gli occidentali, è una scappatoia assai ipocrita e stupida – per lo più confezionata dai soliti ricercatori dell’eccezione, i vari “ma non tutti, perché i più…” oppure “tutte meno mamma” - che probabilmente con gli compete. Gli assassini, come i ladri e gli aborti e rifiuti umani di ogni altra specialità criminale, sono assassini e basta, in qualsiasi parte del globo essi si trovino. E così le loro vittime.  Ora il fatto che il protagonista del film, una volta morto,  sia agli occhi della propria moglie, dei propri colleghi e degli amici, un giornalista ebreo in cui il regista andrebbe a cercare una purezza e uno sguardo libero da pregiudizi come se queste fossero prerogative della comunicazione e del giornalismo in genere, non deve trarre in inganno. Le cose non stanno affatto così. Gli assassini e i criminali sono essi stessi vittime, perché è ciò che li causa che bisogna guardare per non cadere in confusione e non trovare più via di uscita. E la causa del tutto negativo invertito, è la Signora della Morte: l’Organizzazione sociale di disuguaglianza economica relativa delle Nazioni. Perciò, che “liberamente” Winterbottom   denunci adesso i crimini del sintomo definito “fondamentalismo islamico”, come ieri denunciava quelli del sintomo chiamato “grandi democrazie negative invertite”, non c’entra neppure con le intenzioni dello stesso regista. Ciò che conta è la denuncia dei sintomi, e quello che allo stesso tempo conta, importando confusione, contrasti, rancori e quant’altro quali successivi espressioni sintomatiche della Vecchia,  è la mancata denuncia della causa che consente alla stessa di restare in cattedra e sul trono.  Una bravissima Angelina Jolie fornisce vitalità e stimoli al personaggio della moglie del giornalista, e il film è comunque essenziale e veloce, e dei suoi scenari molto sintetici e scarni resta memorabile la grandezza della scena che dà significazione al lungometraggio e al suo titolo: appreso con tragica compostezza della morte del giornalista, la moglie fino ad allora impegnata nel tentativo di salvarlo,  si ritira sola  in una stanza da dove, in un urlo straziante, grida al mondo il suo dolore.

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