Tratto dal romanzo della scrittrice norvegese Karin Fossum , il film di Andrea Molaioli, interpretato da Toni Servillo nella parte del commissario Giovanni Sanzio, trasferisce la glacialità dei fiordi nei laghi della Carnia proponendo nella forma di giallo cinematografico una storia scartata dalla fiction televisiva. Una ragazza annegata in un lago della provincia friulana, viene rinvenuta nuda lungo la sponda. La morte misteriosa di Anna, studentessa e giocatrice di hockey - sulla quale indaga il commissario Sanzio, un uomo di mezza età affetto da una dermatite atipica, che ha una figlia adolescente e la moglie ricoverata in una casa di cura perché soggetta a una malattia degenerativa del sistema nervoso - diviene così l’argomento del film. Il soggetto è trito e ritrito: i gialli straripano di storie con studentesse ritrovate nude e defunte sulle rive sabbiose, e anche qui non manca il professore trasgressivo sospettato del delitto e/o il compagno di scuola più o meno scapestrato e geloso. Una novità però c’è, ed è offerta sia dalle motivazioni che dalle implicazioni entrambe piuttosto insolite: la fanciulla è gravemente malata con poco tempo da vivere, per cui il suo omicidio è una sollecitazione dell’inevitabile, il professore non ha con lei una relazione amorosa, il suo partner e coetaneo non è un compagno di scuola tossico e geloso e il ritrovamento del corpo della vittima avviene fortuitamente ad opera di un ritardato mentale e di una bambina, da poche ore scomparsa tanto per dare un po’ di verve iniziale alla storia, e pertanto ricercata in tutto il paese. In assenza di senso culturale e biologico, le ragioni pubbliche del film e quelle private dei soggetti comunque coinvolti, autori, produttori, regista e attori, sembrerebbero confluire e inesorabilmente ristagnare, tutte insieme, abbarbicate le une alle altre, nel più classico “Ma chi ve lo ha fatto fare?”, dato che di denaro in ballo ci sembra che non ce ne sia poi stato molto, per giustificare la premessa del fatidico lucroso: “A parte i soldi…”. Ora, nell’ambito cinematografico degli addetti ai lavori, si ritiene che esista un cinema mistificatorio, come ad esempio le fiction, e un cinema della realtà, il che sarebbe esatto se ci trovassimo ai tempi pionieristici del verismo o del neorealismo. Ai tempi d’oggi, in quanto rispondenza alla realtà, dobbiamo invece accontentarci di film come “La ragazza del lago” , per scoprire l’affinità delle innumerevoli affezioni patologiche affibbiate ai personaggi con il mondo del Male Perfetto, tanto che si ha l’impressione di trovarsi in un ospedale più che in una sala cinematografica. Tuttavia, la cinematografata viene fuori così e così, senza lode ma anche senza troppa infamia, per cui non si notano eccessive stonature, neppure quelle dei soliti attori puntualmente esibitori, i solisti, della fatidica stecca destinata all’accapponamento della pelle del pubblico, e al coro starnazzante i comprimari. E, credeteci, visto ciò che c’è in circolazione, non è cosa da poco.






