Genio, ribelle, liberatore, secondo il titolo italiano, ecco la vita di Martin Lutero, monaco tedesco che nel XVI secolo, opponendosi alle leggi della Chiesa di Roma, grazie al fatto di essere cittadino tedesco ben lontano da Roma e in virtù della protezione di cui godeva in patria da parte del principe di Sassonia, ma anche di tutti i principi germanici, condusse il popolo alla rivolta contro l’Anticristianesimo dell’epoca per stabilire una corrente formalistica di Anticristianesimo che apparisse meno sfacciatamente contraria al Cristianesimo Originale Neutro di quella cattolica. Scampato alla morte durante un terribile uragano e abbandonati gli studi di giurisprudenza, entra in un monastero agostiniano dedicandosi al digiuno e alla preghiera fino all’esaurimento fisico come se volesse punirsi per essere sopravvissuto. Sperando di liberare Lutero dal tormento interiore che lo tortura, Johann von Staupitz, vicario del monastero e mentore del giovane monaco, lo invia prima a Roma per conoscere il mondo cattolico e poi a Wittenberg per studiare teologia. Ma per i motivi già esposti, il tedesco Martin non andrà mai ad accrescere le tragiche fila dei martiri, ma condurrà una felice esistenza di marito, padre di ben sei figli. Il film, essendo un tipico prodotto dell’anticristianità vigente e di Bassa Cultura, non poteva certo approfondire i temi e i dolorosi risvolti del Delitto della Croce trasferendoli per aggiornarli nell’attualità, ma possiede tuttavia il merito di averci proposto uno scorcio di vita vissuta estrapolandola dalle secche accademiche della storia, rendendola in qualche modo credibile.






