R a d i o l a n d

M u s i c a & I n f o r m a z i o n e

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Recensioni films Recensioni d'autore Il cielo può attendere

Il cielo può attendere

Locandina Il paradiso può attendereCapolavoro di Emst Lubitsch, una delizia cinematografica che mescola il fantastico al sarcasmo sottile e i dialoghi spiritosi con allusioni erotiche, all’epoca fuori da ogni schema e ancora oggi di assoluta avanguardia per sottigliezza, fascino e luminosità, a quella elegantissima trasgressione che caratterizza e rende unica ogni opera di Lubitsch. Il film, ottimamente interpretato da Gene Tierney, Don Ameche, Charles Cobum e Mariorie Main con uno stuolo di eccellenti comprimari, è datato 1943, ma i suoi sessanta e passa anni sembrano  avergli donato in freschezza e in gioventù rispetto alla vecchiezza rugosa del cinema di oggi, facendolo apparire come un film che da un fulgido futuro sia  miracolosamente apparso nel passato remoto di una attualità contraddistinta dall’Omega. Ma non è questa la ragione che ci ha indotto a porre “Il cielo può attendere” all’attenzione del pubblico per la rivisitazione doverosa di una autentica opera d’arte facente parte fuori dal proprio tempo di una contemporaneità obbligata. La vera ragione è Gene Tierney, nata a New York il 19 Novembre 1920 e deceduta all’età di 71 anni a Houston, che da ex modella iniziò la carriera cinematografica negli anni trenta, imponendosi sebbene mai pienamente riconosciuta tra le più celebrate bellezze hollywoodiane, come la più bella di tutte, sia dell’epoca che dei tempi passati e di quelli a venire. E in realtà non ci fu mai confronto. Ancora oggi - nonostante il susseguirsi di generazioni anabolizzate, liftingate, plastificate e palestrate -  al suo apparire sullo schermo, ogni altra bellezza presente o ricordata impallidisce. Ipnotica e intrisa di mistero,  incontrastata regina tra le star, di una stupefacente fisicità straripante erotismo e carnalità poetica capace di rendere  viva e respirante perfino la Beatrice dantesca, fu attrice stupenda, inimitabile; e non ci sono aggettivi per descriverla.  Una dea radiosa, fascinosa e sensuale, di incredibile raffinatezza, eleganza  e femminilità. In definitiva eccessiva – troppo fuori dagli schemi, dai cliché, dal coro, troppo poco terrena, troppo unica, troppo bella e fuori dall’ordinaria  temporalità  per suscitare la considerazione mediatica e popolare arrisa ad attrici pur bellissime come Marilyn Monroe, Elisabeth Taylor o Rita Hayworth, nelle quali era tuttavia possibile  identificarsi - la divina  Gene Tierney, anche se prima dell’avvento stabile e definitivo del colore limitata dal bianco e nero e  quasi sempre relegata in ruoli non  del tutto appropriati alla sua sublime fisicità, era dotata di un notevole talento recitativo che, dopo l’esordio in La via del Tabacco  e nel corso dell’interpretazione di vari film di valore (tra i quali I misteri di Shanghai del 1941, Il cielo può attendere del 43’,  Femmina Folle del 1945, Il Castello di Dragonwyck  del 1946 e La mano sinistra di Dio del 1955),  le consentì di ottenere un Oscar  interpretando nel 1944 il ruolo di Laura nel film Vertigine di O. Preminger e più tardi di meritarlo ancora come migliore attrice protagonista, dando vita sullo schermo all’indimenticabile ritratto di una donna libera e futurista: Lucy, o meglio Lucia come avrebbe preferito la stessa protagonista, personaggio femminile del film Il fantasma e la Signora Muir, colpevolmente ignorato nella serata degli Oscar del 1948.  Quindi, pur ricordando i pregi notevolissimi del capolavoro di Lubitsch, Il cielo può attendere merita di essere rivisto per rivedere la più bella attrice di tutti i tempi, somma e personificazione di ogni bellezza che, non accontentandoci dei giochi sbiaditi della memoria ma anelando al suo respiro, se potessimo dalle pagine logore della favola trasferire nel gesto fulgido di un esteta il miracolo, la magia luminosa della resurrezione dall’incantesimo velenoso della morte, vorremmo baciare sulle labbra per un risveglio estatico e perenne.  (*)

(*) Questo ultimo brano ha ispirato la poesia di S.V. “Omaggio a Gene Tierney, dea radiosa, dall’Opera “Die pro Die – Poesie delle spazio e del tempo - )               

 
Banner
Banner
Banner
Banner