
Un tempo in Italia imperversavano una certa Liala e la Peverelli, e ancora prima Carolina Invernizi, le quali destinavano al pubblico femminile delle adolescenti e Co, romanzetti triti e ritriti; e facevano schifo, d’accordo, ma con quel minimo di dignità, decenza e validità creativa che oggi, nell’imperio incontrastato di Incapaciopoli e nello squallore delle attuali produzioni che come rutti e pernacchie investono sgradevolmente librerie e sale cinematografiche, nessuno nemmeno si sogna. Ma il progresso degenerativo del MP segue inesorabile il proprio iter letale, per cui ecco che in questo film di Federico Moccia, con Raoul Bova, Michela Quattrociocche (ma perché non ricorrere a un pseudonimo?) e Veronica Logan, tanto per citare i primi nomi della lista degli attori, Alex non vuole darsi pace per il fatto che la fidanzata lo abbia lasciato, fino a quando incontra la giovanissima Niki con venti anni meno di lui, la quale gliela fa dimenticare, ma che più che pace gli porta nuove complicazioni e guerre. Ci dicono che questa del film sia la Roma rimasta orfana delle ragazze di “Non è la Rai”, dei lucchetti di Ponte Milvio, dei tre metri sopra il cielo scritti sui muri, cioè la Roma “bene” del MP, dei quartieri alti, dello jogging da praticare a Villa Borghese, degli attici e dei superattici, la Roma che pranza a champagne e paga con soli 1500 euro d’acconto gli investigatori privati, la città fantastica dove nessuno lavora ma tutti sarebbero pieni di soldi, dove gli adulti hanno relazioni promiscue, tradiscono i partner, lasciano fidanzati e fidanzate, mariti, mogli e conviventi per altri fidanzati, fidanzate, mogli, mariti e conviventi da cornificare. La Roma delle corna, insomma. Ma dove sarebbe finita la Roma del 75 per cento degli italiani che tirano la carretta, oppressi, sfruttati, derubati, qui non c’è dato di sapere, perché Moccia volge il suo sguardo più spento che acceso sulla condizione sentimentale delle ragazzine concentrandosi sulla rima banale tra cuore e amore. Estrapolato dalla più mielosa e melmosa delle letterature di Bassa Cultura, moderna quanto le caverne, l’albero e l’anfratto, e di cui si diceva all’inizio additandone il progresso-regresso, questo è uno dei tantissimi film atti a preparare e conservare la classe elettorale necessaria ai vari pizza e fichi e congrega, di restare - ladri e assassini incalliti - in parlamento. E non è merito da poco, visto il contesto dei senza e dell’assenza che scorre fuori dagli schermi e dalle pagine dei romanzi, che è poi quello che arruola e paga gli addetti ai lavori letterari e cinematografici. Scusa, ma ti chiamo amore è rimasto per un po’ in cima alla lista dei film più visti - scalzato poi da Parlami d’amore, titolo molto più diretto e incisivo e soprattutto più breve - confortato dal fatto che la critica accreditata sembra abbia voluto coglierne la piena banalità (sceneggiatura, regia, voce narrante e attori), che forse, pur trovandoci in un pozzo senza fondo, peggio non si poteva. Oppure si?






