Gli americani, costituzionalmente privi di eroismo e di eroi, ne avevano assoluto bisogno, e così lui è tornato. Dopo Clint Eastwood, altro mitico eroe cinematografico, Sylvester Stallone si rimette in gioco in prima persona, come d’altronde ha sempre fatto; e questa volta, invecchiato e imbolsito nella parte più credibile di un Rocky Balboa perdente nell’incontro con il giovane campione del mondo in carica dei pesi massimi, combatte “eroicamente” teso alla conquista di una vittoria che, ad oltre cinquantanni di età, assume il significato della sola presenza sul ring per tutte le riprese previste. Quindi la favola non finisce e non continua, ma si rinverdisce soltanto, e una nuova gloria è per lui maturata. I valori che contano, tipo la famiglia, la lealtà e l’amicizia, che hanno fatto il loro tempo ma non per il granitico Rocky, salgono con lui sul ring, e non per un’ultima volta, ma per una intramontabile volta in un intramontabile incontro che diviene quello della vita. Adriana, la sua compagna, è morta, e Rocky vive adesso della sua memoria. Così il film, secondo gli intenti di Silvester Stallone, dovrebbe essere in egual modo la memoria della vita di Rocky Balboa, il resoconto della sua esistenza, e tutti i suoi incontri, le sue passioni, il coraggio, la volontà possente e la gioia, vi rivivono in una somma che costituisce la sua più grande vittoria. Un film magari troppo frustro e patetico, ma dignitoso, con un Silvester Stallone come al solito perfetto nella parte di Rocky Balboa, che gli resta cucita addosso come una seconda pelle, e con un cast di comprimari di tutto rispetto: Burt Young, Antonio Tarver, Geraldine Hughes, Milo Ventimiglia.






