Film di Andrea Arnold con Kate Dickie, Tony Curran, Martin Compston, Natalie Press. Jackie è una giovane donna impiegata come operatrice in un centro di sorveglianza alla periferia di Glasgow la quale, vigilando sulla sicurezza della vita anonima di una piccola comunità, e intervenendo a volte in prima persona per soccorrere, confortare e familiarizzare, viene utilizzata nel progetto della Zentropa di von Trier, la produzione che è alla perenne ricerca di un “cinema contro” per comunicare dandosi delle regole in una trilogia intitolata Advance Party che progettisticamente stabilisce le riprese in digitale, tre città scozzesi, una compagnia stabile di attori che assumono lo stesso ruolo e lo conservano e un gruppo di personaggi per tre registi esordienti. La prima regista è appunto Andrea Arnold, la regista premio Oscar 2004 per il cortometraggio Wasp, la quale ambienta questa sua prima opera metacinematografica in un contesto che registra e conserva il già accaduto e dove niente potrà più accadere se non la rivisitazione sotto una nuova prospettiva del vissuto. Secondo gli intenti di questa ipotesi di “cinema contro”, è attraverso la più attenta osservazione del registrato e del digitale che la protagonista dovrebbe abbandonare le telecamere per accedere alla vita con uno sguardo più benevolo, quando in realtà ne risulta evidente esattamente il contrario perché la coinvolge nel consumo personale e protagonistico di esperienze brutali e miserevoli, finora soltanto osservate sulla telecamera al momento del loro accadimento, che congiuntamente fanno precipitare la colpa del film e l’innocenza di Jackie in un finale banale e scontato che - stante l’immodificabilità del fatto avvenuto e subito – la giovane donna tocca con mano fino a scoprire come non ci sia proprio niente che possa cambiare le cose; e tanto meno quel darsi una “nuova ragione”del vissuto e del subito, laddove, come in un destino altrettanto immodificabilmente avverso, al di fuori di ogni simulazione esistenziale viene a ritrovarsi definitivamente priva di ogni ragionevole senso di vita futura. “Fattene una ragione”, si dice per confortarli ai protagonisti di eventi dolorosi, una qualsiasi ragione, che di fatto significa: “Datti pace, tanto non c’è più niente da fare”. E ci voleva quel pensiero, che nella trilogia Advance Party prevede le riprese in digitale, tre città scozzesi, una compagnia stabile di attori eccetera eccetera, per darsi delle regole allo scopo di comunicare il più comune e banale dei luoghi comuni? Forse per la chiusa o la presentazione del film, ci sarebbe voluta la reiterazione della sgradevolissima scena dell’addio a base di insulti e parolacce stradali, tra Jackie e il suo amante pro-tempore, che ha comunque il merito di fornire una sintetica e precisa significazione della relazione “automobilistica” (Jackie è sempre in auto che si incontra con il suo amante sposato); relazione tutt’altro che amorosa. Ma, considerando la pari sgradevolezza del pubblico pagante, forse è per questa scena e per quella dell’incontro fumoso nel pub che almeno al botteghino il film si salva. E’ però comunque un peccato che l’imposizione di una trama sbagliata, abbia condizionato fino ad annullarla la maestria di una regista, proveniente dal cortometraggio e dal documentarismo, bravissima nella esposizione sotto la forma cinematograficamente sintetica di un neorealismo personalissimo dei piccoli gesti, dei particolari, dei dettagli della periferia di Glasgow, e delle sue ubriacature di fine settimana in quei pub un tempo di esclusivo dominio dei maschi, ma oggi grazie alle pari opportunità sessuali, luogo di incontro in cui sia al femminile che al maschile si va ad affogare il vuoto del proprio cervello e dell’anima, alla ricerca – rispettivamente - di uno stimolatore-vibratore a poco prezzo e di un buco altrettanto economico in cui stimolarlo e farlo vibrare, perché – recuperando l’antico detto del marinaio che arrivava al porto dopo la lunga astinenza – in tempo di burrasca ogni buco è porto. E laddove, per le donne, con i tempi che corrono, un vibratore-stimolatore da quattro soldi da manipolare e succhiare a caldo, è pur sempre meglio del calcio in bocca che, puntualmente, le arrivava in casa dal marito, quando questi rientrava, ubriaco, dal pub.






