New York, 1933. La storia la si conosce perfettamente, per cui è inutile ripeterla nei dettagli dato che anche in questo terzo e ultimo film, decisamente il migliore, non ci sono variazioni narrative di rilievo e il regista, Peter Jackson, rimane fedele alla trama ricostruendo per Kong un’immensa e inestricabile foresta mai vista prima, restituendo alle Skull Island le spaventose creature, ragni e insetti giganti, censurate nella versione del 33’ e rendendo triplicato il feroce avversario di Kong: il mitico Godzilla. Ma il maggior merito di questa versione di Jackson, è quello di essere riuscito ad approfondire l’atto d’amore intercorso tra la bestia e la bella, fino a renderlo verosimile ed emozionante in una interpretazione psicosomatica dei gesti e degli sguardi dei personaggi assai ben riuscita e che raggiunge il suo apice nella visione di un Kong perfettamente umanizzato che combatte in difesa della “sua” donna e, ferito a morte, con un ultima carezza protettiva della mano protesa e un ultimo doloroso sguardo rivolto alla bella dai capelli d’oro, scivola lentamente e tragicamente dalla cima del grattacielo, all’epoca più alto di New York, fino a scomparire nel vuoto per sfracellarsi sul suolo sottostante. A parte la sontuosità degli effetti speciali e la ricostruzione suggestiva di una New York esistita soltanto negli anni della depressione, quest’approfondimento di un atto d’amore impossibile, rende indimenticabile questa terza versione di King Kong, che non finisce mai di stupirci, dopo le stupende Fay Wray nel 33’ e Jessica Lange nel ’76, nel riproporci una Ann Darrow sempre più bionda, sempre più bella e sempre più credibile che, nell’odierna interpretazione di una straordinaria Naomi Watts, diviene in modo assai convincente e consapevole innamorata di quella creatura che per lei combatte e muore. Di conseguenza, evincendo questo King Kong una grande storia d’amore che dalla sua improponibilità e inconcepibilità relativa, trova la forza magica e misteriosa di andare oltre e ancora oltre fino alla trascendenza nell’universale assoluto, si fa superflua e alla fine forse anche stonata la presenza di Jack Driscol, che Peter Jackson conserva soltanto per restare fedele alla trama originale, ma personaggio che a poco a poco rimpicciolisce, ingrigisce e sfuma nel confronto con un Kong gigantesco, non tanto per le sue dimensioni, quanto per il volto umano e le emozioni che Andy Serkis, che lo interpreta, riesce a infonderci fino alla scena tragica dell’addio e in quella sublime di quel corpo steso al suolo, quale semplice pelle, bruco, mere sembianze mortali sulle quali, per un attimo, si resta con il fiato sospeso ad aspettare che per magia ne scaturisca il PRINCIPE, per l’happy and della più grandiosa delle favole d’amore. Il film non è nuovissimo (è del 2005), ma è comunque da non perdere per chi non lo abbia ancora visto, e magari da rivedere per chi lo abbia visto da una prospettiva falsata da un indirizzo troppo superficiale e conformista.






