Una controversa commedia Usa, con tinte decisamente drammatiche, di Duncan Tucker, regista cinematografico esordiente con un’opera prima notevole, che si avvale dell’interpretazione superlativa dell’ex casalinga disperata Felicity Huffman, vincitrice del premio Golden Globe come migliore attrice 2006 e candidata all’Oscar. Gli altri attori sono Kevin Zegers, Fionulla Flanagan, Elisabeth Perla, Grahan Greene e Burt Young. La prima nota lieta deriva dalla stupefacente interpretazione di Felicity Tucker, felice scoperta di una ennesima grandissima attrice che in Italia offrirebbe materia su cui riflettere molto seriamente. Perché, a parte il decadimento post pionierismo, il quale non può non aver coinvolto anche Hollywood, si fa sempre più accentuato il predominio cinematografico anglosassone e americano in tema recitativo e registico, e il dislivello provocato da una materia prima italiana quanto mai scadente e non di rado disastrosa nelle opere destinate al grande schermo, quanto sufficiente potrebbe invece apparire per le opere teatrali, data la caratteristica estremamente retorica, gesticolante e falsa della recitazione tipica di scuola italiana, aggravata - dopo la fine del neorealismo e del pionierismo cinematografico - da forme cavernicole di reclutamento, responsabili della scomparsa dei talenti “maturali”, che vanno dal più becero dei nepotismi alla peggiore forma di chiusura con costruzione del fatidico muro di cinta, che hanno prodotto il susseguirsi di generazioni di attori, registi e di “addetti ai lavori cinematografici”, sempre più scadenti e inadeguate. E non è certo un caso se nel migliore film italiano degli ultimi anni - ci riferiamo a “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore - la protagonista sia un’attrice straniera, Xena Rappoport, e il regista forse la più grande se non l’unica eccezione del cinema italiano delle ultime generazioni, e di conseguenza il “meno italiano” dei registi. Transamerica, è la storia di Bree, “una” transessuale che alla vigilia dell’intervento chirurgico che la ridefinirà sessualmente, scopre di avere un figlio diciassettenne nato dal suo unico rapporto eterosessuale con una donna successivamente morta suicida. Costretta a confrontarsi con il ragazzo il quale, abusato dal patrigno, conduce tra droga e prostituzione una vita dissipata e promiscua, Bree tramite un viaggio di “reciproca conoscenza” con il figlio, dal ruolo falso di padre biologico impostole da una natura errata e quindi da correggere e da un modello culturale superato e pertanto insussistente, si trasforma e transita a poco a poco in quello vero di madre, realizzandosi compiutamente donna ancor prima dell’intervento chirurgico che diviene di conseguenza una semplice formalità, il riconoscimento superficiale, burocratico, di un atto correttivo di fatto già avvenuto. Magistrale nell’interpretazione della protagonista che freme e sussulta di femminilità trattenuta e nascosta, fino ad implodere e straripare all’esterno mostrando l’inarrestabile nascita della donna, Felicity Huffman sarebbe stata secondo alcuni defraudata dalla bellezza della trasformazione vocale raggiunta dall’attrice, da un doppiaggio italiano che l’avrebbe resa afona. In merito ci sarebbe da dire che, visionando la versione italiana del film, non ce ne siamo accorti perché la voce della doppiatrice ci è sembrata perfettamente adeguata e partecipe, considerando soprattutto che nessuna trasformazione vocale avrebbe potuto eguagliare, dal suo concepimento fino all’atto del venire alla luce, la bellezza della implosione-esplosione di una nascita






