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Commediasexi

Commediasexy locandinaIl regista, Alessandro D’Alatri, si cimenta in una forma di commedia all’italiana anni 60’ di buona fattura e con gradevoli risultati, soprattutto perché privi dei ristagni e delle infiltrazioni che ne hanno caratterizzato le rivisitazioni successive fondate sulla volgarità e sulla risataccia facile. Questo film si avvale di un manipolo di attori di buon livello e di abili caratteristi, tra i quali spiccano le interpretazioni gioiose dei vari Sergio Rubini, Margherita Buy, Michele Placido, ma soprattutto di una fascinosa Stefania Rocca, indimenticabile Mafalda di Savoia nell’omonima versione per il piccolo schermo. In questo contesto s’inserisce, quale riciclato della televisione e attore improvvisato per il grande schermo, un Paolo Bonolis impegnato nella macchiettistica alla Alberto Sordi sull’onorevole Massimo Bonfili, il quale falsamente morigerato, e spacciandosi per un moralista di grande rilievo e per un politico integerrimo, vive con la moglie e le due figlie in una abitazione altoborghese romana, ha per amante segreta una giovanissima starletta, viene a sua volta allegramente cornificato  dalla moglie - la quale pratica con un noto chef (Michele Placido) una particolare versione di sesso in cucina più casereccia che sofisticata, alternando alle pratiche culinarie propriamente dette succulenti esempi di rapporto tra sesso e cibo – e in questa situazione familiare catastrofica, viene incaricato di elaborare una riforma del diritto di famiglia. Grazie a questa trovata esilarante, che sembrerebbe corrispondere perfettamente alla realtà del mondo politico, la macchietta è sicuramente riuscita - ed è lo stesso interprete ad impersonarla anche fuori dello schermo - ma a renderla patetica c’è l’incapacità di interpretarla con quel minimo di personalità e di professionalità artistica cinematografica, che si richiederebbe ad un attore che sia attore, e non ad un attore che attore non è. E ci sono le troppe forzature nel voler imitare ad ogni costo il modello originale offerto dall’Albertone nazionale, al quale Bonolis deve essersi convinto di assomigliare. E poi, perdonate, non è sempre preferibile essere se stessi, piuttosto che la brutta copia di qualcun’altro?

 
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