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The Bourne Supremacy

The Bourne Supremacy locandinaMatt Damon-Jason Bourne, probabilmente destinato a diventare il nuovo 007 del primo secolo del terzo millennio se Robert Ludlum dovesse continuare a scrivere su questo personaggio, sperava di essersi lasciato alle spalle quel passato di cui aveva perduto la memoria, ma in The Bourne Supremacy eccolo di nuovo sullo schermo, libero, ribelle e incisivo, costretto però a una condizione opposta a quella di uno Sean Connery-James Bond perfettamente conformizzato, sessista  e asservito all’autorità costituita. Trascurando l’indagine psicologica e l’approfondimento della personalità del protagonista, il regista Paul Greengrass, dopo il sequel “The Bourne Identity”, usa in questo secondo film la macchina da presa leggera (probabilmente una hand-cam), da lui già utilizzata in Bloody Sunday, che conferisce alle inquadrature il movimento impreciso, a sbalzi e scossoni, tipico delle riprese dilettantistiche o del reportage, dando l’illusione della partecipazione del mezzo cinematografico a vicende reali,  in movimento e vibranti, ma con l’esagerazione della velocizzazione in play station che importa per lo spettatore – nella spettacolarizzazione dell’azione filmistica di maggiore suggestione - la confusione delle immagini, impedendogli di distinguere uno dall’altro i personaggi coinvolti nelle scene più significanti. Con il sottofondo di una musica mancante o anonima, la trama è tuttavia interessante e precisa l’interpretazione di Matt Damon del killer professionista senza più memoria e licenza di uccidere, che in questo secondo film viene liberato anche della occasionale compagna acquisita in The Bourne Identity, divenuta “ingombrante” per il prosieguo delle sue avventure, alle quali è reso adesso libero e disponibile come l’eroe errante e solitario che in ogni happy and del cinema western  si allontanava al galoppo sul suo cavallo bianco.

 
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