R a d i o l a n d

M u s i c a & I n f o r m a z i o n e

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Recensioni films Recensioni d'autore Il regista di matrimoni

Il regista di matrimoni

Il regista di matrimoni locandinaFilm di Marco Bellocchio, con Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Gavina. Un regista entra in crisi sia perché si vede costretto a girare per l’ennesima volta il solito trito e ritrito film di regime, che il regime per l’appunto gli sovvenziona – nel nostro caso: “I promessi sposi” - e sia perché sua figlia ha sposato un fervente cattolico, mentre a quanto vorrebbe dirci il film lui è un dichiarato “contrario ad ogni tipo di religione che non sia l’agnostica o l’ateista”. Decide perciò di ritirarsi in un paesino del profondo sud siciliano, dove incontra un uomo che si guadagna da vivere girando filmini di matrimoni e un regista che si fa credere morto per ottenere quei riconoscimenti che non otterrebbe in vita; e dove fa inoltre la conoscenza di un principe decaduto, il quale gli propone di girare il film del matrimonio della figlia, di cui Franco (è questo il nome del regista protagonista del film impersonato da Sergio Castellitto) immancabilmente “o si fa per dire” s’innamora. Il matrimonio cerimoniale è in questo film una specie di pelle, ovvero la superficie  che sia il personaggio fantastico in crisi che il vero regista del film, sembrano condannati entrambi a incontrare sulla loro strada, e alla cui ritualità superata e pertanto resa obsoleta e insignificata dal matrimonio di fatto, con la speranza inconfessata di recuperare l’atto formale  contrastando e negando la realtà dell’avvenuto – appunto il matrimonio di fatto occultato sotto l’ambigua etichetta  di “convivenza” - vorrebbero contrapporre una diversa ritualità di superficie, soprattutto una gestualità anticattolica o comunque antireligiosa, incoscientemente  presa a salvaguardia dell’astrazione cerimoniale e filmistica (entrambe desolatamente prive di contenuti), con la pretesa di dare all’insignificanza del rito gestuale e del film una significazione “più autentica”, significando invece, in entrambi i casi, il massimo della superficialità, della mancanza di significato e della inautenticità. Ci sarebbe da chiedersi se i personaggi cinematografici siano come nella realtà simili a uno scimpanzé, a una bertuccia, a un orango o a che cosa? Però sappiamo che oggi, grazie ai tantissimi trucchi a loro disposizione, il loro aspetto non conta più di tanto: le persone fisiche simulate umane sono gli zero, i primati che oltre che con il gesto, scimmiottando gli esseri umani comunicano a parole, anche se, copiandosi l’uno con l’altro, utilizzando parole gestuali con i loro baubaubaublablabla  di rito; ed ecco infatti le SCIMMIE PARLANTI del mondo animale.  Kaha Huna, la dea hawaiana dei surfisti ama quelle che volteggiano sulla spuma dei più alti cavalloni marini, il che apparirebbe piuttosto insolito per le scimmie non parlanti, mentre può divenire frequente per quelle dotate di parola le quali, simulandole, credono di essere persone umane, ma come le scimmie non parlanti  socializzano a branchi, riunendosi in gruppi, partiti, confessioni, cosche, associazioni e simili aggregazioni di superficie. Oscillando tra il vuoto e il nulla, il film è perciò malinconicamente tedioso, disarmonico e falso, quanto può esserlo un quadro costruito su carta a ricalco, nonché sonnolento e in molti casi irrimediabilmente addormentato come chi si ritrovi soggetto a una vecchiaia precoce e assonnata, in cui non si abbia altro da fare che dormire, sebbene appaia qua e là vivacizzato da un dormi-veglia lugubre e barcollante da zombie, ma che lo vitalizza inaspettatamente nel finale, durante lo scorrere dei titoli di coda, nella riesumazione della canzone “In cerca di te”, di Sciorilli-Testori (in una versione di Renzo Arbore interpretata da una gradevolissima Mariangela Melato), che a suo tempo non fu un granché e finì presto nel dimenticatoio, ma che oggi, con il senno dei poi (visto ciò che è venuto dopo), viene inevitabilmente rivalutata, tanto da rivelarsi sorprendentemente la salvatrice del film.  E non è un merito da poco, considerato il disastro generale di chi, come uno struzzo, cerca di negarsi la realtà.

Guarda la clip

 
Banner
Banner
Banner
Banner