Regia di David Machenzie, con Natasha Richardson (una delle due figlie di Vanessa Redgrave) nella parte di Stella Raphael, Hugh Bonneville, Martin Csokas e Ian McKellen che interpreta il dott. Peter Clave. Si sono sprecati appellativi e aggettivi di vario genere su questo film, ma in realtà l’unico elemento veramente giusto, trainante e pertanto azzeccato è il titolo (quello in italiano) il quale, spiegandoli, mette tutti insieme e in perfetto disaccordo produzione, regia, critica, pubblico e i personaggi che volteggiano oscuramente in un cerchio perverso intorno al centro patologico dominato dai soggetti più esplicitamente morbosi del lungometraggio - Stella Raphael con il marito, l’amante e il dott. Clave - e la storia drammatica intesa ad esaltare, raccontandola cinematograficamente, la malattia mentale comunemente scambiata per amore. Forse l’unico personaggio che sembra aver capito la situazione patologica, risultandone in qualche modo osservatore neutrale, è il bambino che al ritorno della madre dalla fuga con il malato mentale ricoverato nell’ospedale psichiatrico, le chiede semplicemente se adesso “stia meglio”; e purtroppo per lui (che ne diverrà la vittima innocente), lei non stà affatto meglio, perchè la malattia progredisce e con essa il folle dott. Clave, direttore dell’ospedale psichiatrico, e la sua carriera clinica. Il marito della povera Stella ci sembra un po’ troppo distaccato, estraneo e indifferente ai fatti, tanto dall’apparire praticamente catatonico alla presenza della moglie, dell’amante di questa e del piccolo figlio, coadiuvando in tal modo assai validamente il progress della malattia della consorte. Inutile è parlare del folle ricoverato nell’ospedale psichiatrico, che a suo tempo uccise facendola a pezzi la moglie adultera; ed è allora senz’altro più significativo l’accenno al contorno dei malati mentali (non quelli ricoverati nell’ospedale psichiatrico, ma quelli fuori e a piede libero), e soprattutto eloquente è il modo con cui si passa il tempo nell’attesa di percepire l’evento relativo alla definitiva cancellazione. Insomma, il contesto del Male Perfetto, ci sembra qui rigorosamente rappresentato nelle sue tre dimensioni essenziali, e il fatto che il film si sia ispirato al romanzo claustrofobico di McGrath, pubblicato dieci anni fa, mentre nel momento stesso in cui viene redatta la presente recensione la televisione strombazza ancora follemente di viaggi spaziali con sonde e aggeggi vari alla ricerca di “vita”, è soltanto un dettaglio. Per cui, quanto mai eloquenti sono le ultime parole strazianti della protagonista morente, indirizzate nella chiusa del film al dottor Clave e agli altri soccorritori tardivi: “Lasciatemi sola”.






