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Le conseguenze dell'amore

Le conseguenze dell'amore locandinaIn questa sua seconda opera cinematografica (siamo nel 2004), per sua fortuna e nostra priva della precedente annotazione che il lungometraggio “costituisce opera culturale e artistica di interesse nazionale”, Paolo Sorrentino passa tranquillamente (e con buoni risultati) dalla frittura di pesce in galera al thriller all’italiana a base di spaghetti, pizza e mafia, mistura casereccia che piace tanto all’estero. Trasferisce perciò l’uomo in più (o in meno se preferite) Toni Servillo in Svizzera, nei panni dell’ex commercialista e finanziere Titta Di Girolamo, qui affetto da una grave forma di insonnia, il quale da moltissimi anni vive recluso dalla mafia in un albergo, dove gli viene periodicamente recapitata una valigia contenente denaro sporco da riciclare in una banca del posto. Prescindendo dall’analfabetismo intellettuale che vi straripa provocando grosse ingenuità - Titta Di Girolamo rivela dettagliatamente a una giovane cameriera dell’albergo la sua situazione, coinvolgendola e  mettendone in grave rischio la vita (ma sarà poi un banale incidente stradale con l’auto da centomila dollari che Titta le ha regalato a “metterla fuori gioco”, per cui manca il movente classico della vendetta o della scintilla che fa esplodere o della goccia che fa straripare) - il film è ben riuscito e merita di essere visto. Approfittando del furto della valigia con i soldi della mafia, compiuto da due mafiosi infedeli, che lui recupera e farà sparire senza rivelare dove si trovi, Titta Di Girolamo porrà fine alla sua reclusione facendo in modo che la mafia lo elimini nella più classica delle tradizioni di Cosa Nostra (sepolto vivo in una colata di cemento). Il film è in ogni caso un noir  ben riuscito,  con suggestive inquadrature, un ritmo lento e documentaristico ma essenziale e realistico, vivacizzato dalla voce fuori campo del protagonista che sembra raccontare più a se stesso che allo spettatore come in un remake alla Billy Bob Thonrton in bianco e nero, tipo “l’uomo che non c’è”, sostenuto da un dialogo sofisticato e di buona fattura, arricchito da un cast più che discreto di navigati attori professionisti e di un paio di esordienti o “figli d’arte”, tra i quali spicca la prima volta di Olivia Magnani, nipote dell’indimenticabile Anna, che ci offre un saggio promettente della bellezza raffinata, affascinante e misteriosa, un po’ alla Modigliani, della giovane cameriera di cui Titta Di Girolamo s’innamora. La critica si è forse sbizzarrita con troppo o poco entusiasmo su questo film. Si è passati indifferentemente dal mediocre e dall’insufficiente all’ottimo e all’eccezionale. E anche in una società edonista e relativista come la nostra, governata dal Male Perfetto, non è buona cosa esagerare, anche se essendo per l’appunto cosa cattiva esagerare perfino in un pozzo senza fondo come questo…in fondo in fondo aggiungere male al male non è mai troppo ne troppo poco; e se poi non è vero che il fine giustifica il mezzo, come si sostiene e s’insegna nel Mondo del Male Perfetto, ma è semmai il mezzo utilizzato a identificare il fine…in fondo in fondo, dato che le cose restano comunque immutabilmente quello che sono, al Male Perfetto che gliene frega?

 
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