Esordio di Kim Rossi Stuart nella regia e nella recitazione del piccolo Alessandro Morace, protagonista del film, forse un talento naturale ma più probabilmente bravo perché semplice e istintivo come tutti i bambini e gli attori improvvisati “presi dalla strada”, felicemente sperimentati dalla cinematografia pionieristica postfascistica nel breve lasso di tempo intercorrente tra la fine del regime totalitario e il ritorno della dittatura, riapparsa nella sua forma più matura e sofisticata di disuguaglianza economica pluralista sintomatica. L’impronta neorealistica offerta dal piccolo protagonista, conferisce perciò al film di Kim Rossi Stuart quella valenza espressiva, quella forza intrinseca promanante dai valori familiari e sociali e quei contenuti realistici, altrimenti irraggiungibili, che le danno la necessaria credibilità nel disegno dei personaggi, evincendone la straripante e commovente affettività. Correggendo il famoso ammonimento negativo e invertito toistojano: “Le famiglie felici si assomigliano tutte, quelle infelici lo sono ciascuna a modo proprio”, e visionando questo film, si ha la riprova della confusione insorgente tra il concetto di sanità e quello di malattia, essendo una, unica e indivisibile la prima – ma ciascuna componente sana lo è a modo proprio, in virtù dell’originalità, dell’unicità e dell’indivisibilità della sanità – e molteplice, ossia pluralistica e relativistica la malattia nelle sue innumerevoli, relative e inesauribili suddivisioni, correnti e sottocorrenti patologiche, e nella frantumazione importata dalle classificazioni gerarchiche e dalle specializzazioni della morbosità regimentata dal Male Perfetto. E il bisticcio che intercorre tra il concetto di “relativo” e il concetto di “assoluto”, è lo stesso evidente in ogni altro confronto tra il valore e l’opposto invalore, assoluto il primo relativo il secondo. Da qui, l’infelicità assai contemporanea del nucleo familiare protagonista del film, è esattamente la stessa, contenutistica, espressa in tantissime forme apparentemente diverse che rendono superficialmente non identificabile il Mondo delle Copie e del Ricalco, dove ciascuna copia inganna presentandosi in una forma a se stante, ma che poi - siccome scaturita da uno stampo di fabbrica di serie, tra l’altro inequivocabilmente rivelato dai sondaggi, dalle proiezioni e dalle scienze statistiche (ma quale scienza di Cultura Negativa Invertita non lo è?) – rende indispensabile, per distinguere una copia dall’altra, come avviene nella fabbricazione oggettistica seriale, ricorrere in generale alla distinzione delle caratteristiche fisiche e in particolare alla matricolazione individuale delle copie (rispettivamente sesso, razza, statura, colore dei capelli e degli occhi e impronte digitali, dentali, vocali, DNA, ecc.). I piccoli inferni personali e domestici, fanno perciò capo al grande Inferno al momento embrionale, ma destinato a manifestarsi gradualmente fino alla sua esplosione pro-tempore preannunciante, nella percezione dell’Evidentismo Totale, la successiva definitiva cancellazione del contesto. Costretto in un universo di nomadi (la madre che abbandona ripetutamente la famiglia per seguire il proprio bisogno esasperato di sesso e di ricchezza; e il padre, che ha un lavoro freelance che gli procura gravi preoccupazioni economiche e stà spesso fuori di casa e quando è presente appare umiliato, disperato e umorale: sorridente, allegro, e subito dopo ferocemente irritato o in lacrime, pur cercando di assistere al meglio i suoi due figli abbandonati dalla madre), il piccolo Tommi sembra star lì, imprigionato come in una gabbia, difeso solo dalla purezza e dalla fragilità del proprio isolamento esistenziale, osservando il mondo dall’alto di un tetto sopra la terrazza condominiale dove – come nella sua vita – sosta pericolosamente sulla soglia del precipizio in un precario equilibrio, senza alcuna speranza, senza la minima probabilità di un lieto fine se non questa temporanea sopravvivenza. Anche come attore, nei panni del padre, Kim Rossi Stuart se la cava benissimo con la sua recitazione scarna ed essenziale: non a caso viene considerato il migliore attore italiano della sua generazione. E se le due donne, la madre in fuga (interpretata da una poco incisiva Barbara Bobulova) e la figlia adolescente, rimangono in ombra, il film è un valido documento sulla realtà della famiglia occidentale contemporanea la quale, relativamente al contesto sociale ed economico che l’assoggetta e l’opprime, prosegue il suo iter autodistruttivo dissennatamente prigioniera del proprio inconfessato anticristianesimo di base. E su tale condizione, vi è da notare che anche il titolo del film - ripreso da una conversazione su argomenti sportivi, che avviene tra padre e figlio verso la fine del lungometraggio – è nello stesso tempo significato e insignificante nonché trascendente e chiuso in se stesso, all’insegna dell’intensità e della verosimiglianza e contemporaneamente della superficialità e dell’insignificanza dei nati senza senso e ragione, ma soltanto per invecchiare, ammalarsi e morire.


