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Indian la grande sfida

Indian la grande sfida locandinaUna vita trascorsa a mettere a punto la sua motocicletta indian del 1920 e un viaggio dalla Nuova Zelanda alle saline di Boneville, nello Utah, Stati Uniti d’America, dove collaudarla e stabilire il record della velocità, costituiscono il grande sogno e la storia di Burt Munro, interpretato egregiamente da Anthony Hopkins. Il film si è ispirato a una storia vera e ci dicono che il record mondiale ottenuto da Burt Munro nel 1967 resta ancora imbattuto. Che la sua leggenda viva ancora oggi, non è allora una sorpresa. Sorprendente è semmai il viaggio, che sembrava l’ultimo vista l’età avanzata del traballante protagonista reduce da un disperato ricovero in ospedale per una grave crisi cardiaca, e visti gli affanni e gli ostacoli disseminati sul suo cammino dalla Nuova Zelanda a Boneville e i rischi insiti nella pericolosità della gara a cui partecipa, e che invece sembra sia stato seguito addirittura da altre sette partecipazioni annuali. L’osservazione che il film diretto dal regista Roger Donaldson – il quale ha conosciuto personalmente Burt Munro e nel 1971 girò un documentario sulla sua impresa – si riveli un road movie un po’ troppo mieloso, lento e spesso poco credibile, ci stà tutta. La vera e forse unica bellezza del filmato, potrebbe essere quella di diffondere il messaggio di una vecchiaia che non è una condanna se l’avanzare dell’età non impedisce di vivere comunque il proprio sogno e di portarlo a compimento. Relativamente parlando, è ovvio, perché in realtà che significazione, che senso potrebbe avere – oltre che partecipare alla precisa identificazione del contesto - il futile stabilire il record mondiale della velocità motociclistica, in un mondo insensato, fatuo e insussistente, come questo dei “nati soltanto per invecchiare, ammalarsi e morire”? Per cui, il ricorso al predetto, implacabile ma esattissimo riferimento sulla condizione esistenziale dei negativi invertiti, spesso richiamato e appena poco fà utilizzato sull’argomento cinematografico: “Anche libero va bene”, è d’obbligo.

 
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