
Alla deriva
Produzione Germania 2006, l’argomento del film è un’insolita rimpatriata di ex compagni di scuola, avente per tema specifico un’uscita in barca a vela invece del consueto party a base di musica, balli e intrattenimenti vari. Talvolta il remake o perfino la reiterazione ossessiva di film che riproponendosi si copiano l’uno con l’altro evidenziando soprattutto i propri difetti, comporta qualche felice sorpresa come è avvenuto nel caso dell’ultima versione di King Kong. Purtroppo, però, non c’è nessuna sorpresa in questa ennesima riproposizione dei soliti bagnanti barcaioli che in alto mare e nel suo punto più desertico, si tuffano in acqua e fanno il bagno tutti insieme, dimenticando di tirare giù la scaletta di sicurezza necessaria per risalire sulla barca. La colpa della dimenticanza sembra questa volta indirizzarsi verso il proprietario dell’imbarcazione (un giovane che in realtà ne dispone soltanto in occasione della rimpatriata, essendo il vero proprietario il suo capo) e sulla fobia per il mare di cui è affetta una delle ex compagne di scuola, neomoglie e madre di una bambina di pochi mesi che rimarrà l’unica presenza sulla barca; fobia, che provocherà lo scherzo scellerato compiuto del più sciagurato tra gli sprovveduti ospiti della barca, il quale la spinge in mare tuffandosi a sua volta. Manco a dirlo, sarà proprio la neomadre e moglie marefobica a sopravvivere e a risalire finalmente sull’imbarcazione dove, dopo essersi liberata della propria fobia e dei suoi compagni di viaggio, tutti puntualmente annegati insieme al marito, riabbraccerà “felicemente” la propria bambina, restando poi più imbambolata che pietrificata nella sinistra contemplazione dell’imbarcazione a motore salvatrice che arriverà troppo tardi. La disperata lotta per la sopravvivenza, che sostituisce lo stereotipo del gruppo di persone che trascorre il weekend nella casa del bosco facendo scuola di horror, viene qui traslata dal paradosso di una misteriosità forestale e boschiva che sembra nascondere chissà quali segreti nel folto degli alberi, a quello di un mare che si distende a perdita d’occhio come uno spazio aperto, da dove però non si va da nessuna parte perché spazio finito e chiuso in se stesso come una tomba prossima a chiudersi definitivamente. Il riferimento inconscio con il mondo reale, sorge in tal modo lampante quanto inricevibile per una produzione, per una regia, per una critica e per un pubblico incapaci di raccoglierlo a causa del Flagello del Terzo Millennio che li affligge. La stessa tarda scelta della più semplice tra le azioni atte a risalire sull’imbarcazione, ottusamente ignorata dal gruppo moribondo – che permette alla fine alla sopravissuta di risalire sulla barca quale dimostrazione di ciò che poteva essere e non è stato, ma anche al film di realizzarsi - è un altrettanto chiarissimo riferimento alla tragica realtà del mondo negativo invertito destinato all’autodistruzione. Per tornare alla mera e consapevole essenza del film, vi è da osservare che le situazioni che si prospettano si fanno ovvie e ripetute per tutta la durata della pellicola, e altrettanto vi è da dire per la recitazione dei vari Eric Dane, Susan May Pratt, Richard Speight Jr, eccetera eccetera... e per la regia senza infamia ne lode di Hans Hom.


