Retrò poteva essere un titolo più azzeccato per questo film diretto da Joe Camahan e interpretato da una sfilza di attori e caratteristi considerati tra i più bravi di Hollywood (bravi, indipendentemente dalla loro effettiva bravura, a fotocopia e ricalco della scolastica), nel senso di “riconosciuti bravi” dal sistema hollywoodiano e messi lì, sul foglio paga del mostro della celluloide, qualsiasi cosa poi facciano, nel rispetto di un sottinteso patto di alleanza e fedeltà reciproca, fondato sul fatto che nessuno sputa nel piatto dove mangia. Retrò dunque, quale esasperazione simbolica, emblema e riciclo scoreggiante del moto reazionario del Mondo all’Inverso. Dove, negli Usa, la città di Las Vegas viene scossa da una notizia clamorosa: Buddy “Aces” Israel, re del crimine organizzato, messo alle corde dall’FBI testimonierà contro la propria organizzazione. I più pericolosi hitman verranno perciò assoldati e sguinzagliati sulle tracce di Aces, nascostosi sotto l’ala protettiva dei federali. Senza andare troppo per il sottile, Smokin’Aces si basa sulla semplicissima idea del calderone: fare cioè in modo che i killer più spietati e i federali più feroci affluiscano tutti insieme nello stesso posto e alla stessa ora; e poi sedersi sulla poltrona con lo spettatore per vedere cosa succede. Ciò che accadrà è però talmente scontato che lo si potrebbe tranquillamente includere nel girone dell’antipolitica, nella serie: “Lasciamo soli un paio di governanti o di amministratori pubblici vicino a una cassaforte aperta appartenente alla comunità, e vediamo cosa succede”. Pertanto, il linguaggio cinematografico utilizzato per realizzare l’idea chiave del film, è altrettanto ovvio: nessuna economia di pallottole. Quindi, tutti gli attori, sia protagonisti che comprimari, si sono alla fine riversati in un grande edificio trasformato in una immensa palestra adibita alle esercitazioni di tiro al bersaglio; e l‘unico a rimetterci – oltre allo spettatore finito con gli occhi fuori dalle orbite nello sforzo di riuscire a distinguere qualcosa in tutta quella accozzaglia, che gli facesse capire quello che stava accadendo giustificando il prezzo del biglietto pagato – è stato certamente il regista, il quale se non è andato fuori di testa può a buon diritto ritenersi un miracolato, ritrovandosi nella situazione estremamente caotica di dover controllare, disciplinare e dirigere una spaventosa marea di gente furiosa, dove tutti sparavano a tutti, riversatasi sullo schermo come un terrificante Tsunami. Del cast tsunamico, tra i tanti “bravi” si sono sicuramente distinti Ben Affleck, Andy Garcia, Alicia Keyse e Ray Liotta, ma non ricordiamo nessuna interpretazione che ci abbia particolarmente colpiti tanto da menzionarla. Ma, a proposito di “bravura tolomeoiana”, è passata alla storia dell’arte o dell’aneddoto la tela bianca sulla quale un certo Dalì tracciò la propria firma e un puntino nero, intitolandola – pensate un po’ – “l’infinito”. Dal che, l’interrogativo dell’arte: “infinito” nel senso di incompiuto o di nemmeno cominciato, vale a dire di un perfettamente finito e di una firma per sigillo quale pietra tombale? Ma la risposta del puntino alfa-omega che come un sepolcro ricicla ossa e scheletro e non può andare oltre, scioglie il dilemma dell’essere o non essere di un tutto morto e sepolto.






