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Trappola in fondo al mare

Trappola in fondo al mare locandinaNel corso dell’appassionante ricerca di un antico vascello carico d’oro, che costituisce la leggenda del luogo, alcuni giovani subacquei durante un’immersione al largo delle Bahamas scoprono i resti di un aereo carico di droga scomparso in un incidente. I ragazzi, per difendere il vero obiettivo delle loro immersioni, tengono nascosto il ritrovamento dell’aereo, sulle cui tracce c’è, però la banda di malviventi proprietaria della droga, la quale è decisa a recuperare la merce perduta. Questa la storia di routine ingenuamente portata sul grande schermo, tanto per fare un po’ di soldi contando sull’impreparazione e sulla pari ingenuità e immaturità di giovani spettatori e di adulti, all’inverso troppo maturi e quindi precipitati nella loro inarrestabile fase degenerativa, di un banalissimo film di cassetta diretto da John Stockwell e interpretato da alcuni giovani attori emergenti, tra i quali una lanciatissima Jessica Alba e Paul Walker, ma soprattutto la dislessica trentenne Ashley Scott, una bellezza che fino a quando è rimasta presente sulla schermo, ha ingrigito e relegato ai margini dell’esposizione cinematografica ogni altra immagine, accentrando su di se ogni attenzione, cosa che a Hollywood viene evidentemente mal digerita e considerata un difetto, perché l’iter professionale di Ashley Scott sembra segnato da alcuni curiosi incidenti di percorso che non ci sembra si possano attribuire all’infermità di cui è affetta (la dislessia): al suo primo provino per una parte in Simone diAndrew Niccol (con Al Pacino) fu rifiutata, ma quell’audizione le permise di recitare in A.I. – Intelligenza Artificiale – nel ruolo di Asha Marlowe; era stata quindi scelta per interpretare l’episodio pilota della sit-com Joey,  ma fu poi sostituita da  Andrea Anders. In Into the Blue, seppure relegata in una particina secondaria, ci lascia comunque la sua impronta, anche se, sottolineandolo, non crediamo di farle un favore trattandosi in ultima e definitiva analisi di un mero prodotto cinematografico di bassa confezione, in quanto tale estremamente limitato e per il quale non avremmo voluto scomodare l’illuminante detto del nostro filosofo: “Dove c’è merda, gli stronzi vanno”, scientificamente valido in ogni comparto dello scibile geinove negativo, dal massmediatico e dalla scolastica fino alla politica, all’audience, al successo, all’emergere sia personalizzato che generalizzato, al vipismo dei sintomi; tanto che anche l’insieme - messa in opera e consumo - di un film come questo, avrebbe potuto costituire l’emblema più significativo di un tutto nutriente, digerente ed espulsivo,  socialmente organizzato per la produzione di se stesso escremento.

 
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