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Blood Diamond - Diamanti di sangue

Blood Diamond locandinaL’Africa di oggi è il luogo e gli abitanti e i predatori di sempre il risultato dell’esportazione, dall’angolazione occidentale, del modello di una antidemocrazia perversa, attualmente evincente la Dittatura di Disuguaglianza Economica Pluralista Sintomatica, e dunque allargata, importatrice di inciviltà e di morte. Sostituire alle frecce e alle lance, le moderne e sofisticate armi proprie del terrorismo internazionale di stato, arricchendo un dna predisposto dalla natura bruta alla violenza e alla ferocia - con il riscontro di un esatto totale parziale fornito alla contabilità del Male Perfetto - esalta il palcoscenico africano dove il massacro delle popolazioni inermi con donne e bambini spietatamente fatti a pezzi, e dei sopravissuti donne violentate e schiavizzate e bambini reclutati e trasformati in precoci agenti patogeni impiegati nella propagazione del morbo mortale, si fà spettacolo  tra i più cruenti e sanguinari della sintomatologia in atto. Su questo palcoscenico, dove la mera denuncia della violazione dei “diritti umani” compare come una barzelletta di cattivo gusto, si inserisce il regista Edward Zwick – grondante l’inutilità dell’astrazione e la concretezza del sangue umano – il quale replicando l’insipienza e la vacuità demagogiche del suo “Ultimo Samurai”, ripropone il confronto tra etnie diverse mettendo insieme il bianco contrabbandiere Danny Archer, ex mercenario della Rhodesia, e il nero Solomon Vandy, un pescatore che è stato separato dalla sua famiglia dopo la feroce irruzione nel suo villaggio dei ribelli del sedicente “fronte rivoluzionario”, in realtà  e all’inverso ennesimo fronte reazionario conforme, quanto il governo pagliaccio in carica simboleggiante l’inesistente indipendenza, al modello occidentale di antidemocrazia in vigenza.   Nel pieno della “guerra civile”, scatenata e mantenuta in piedi dagli interessi di commercianti di diamanti senza scrupoli -  ma prima di loro, sintomi, cospirata e provocata dall’Organizzazione sociale di disuguaglianza economica relativa che a tale scopo li produce - la sceneggiata intende rifilarci il modello di una curiosa e insussistente “consapevolezza”, che come ogni perfetta inconsapevolezza intesa a nascondersi nel suo contrario, non si sà bene cosa sia e di che cosa sia “consapevole” vista la fine del film e del diamante che avrebbe dovuto arricchire Danny Archer, e arricchisce invece il suo confronto etnico, il pescatore Solom Vandy il quale, riunitosi alla propria famiglia, prende inevitabilmente il suo posto nell’intreccio criminale, il che vorrebbe pretestuosamente, ma innanzitutto molto ma molto ingenuamente simboleggiare una sorta di eredità passata all’Africa, che peraltro non ne avrebbe affatto bisogno avendone già in abbondanza di suo, che faccia dimenticare la funesta eredità di barbarie, inciviltà e morte imposta dal modello di antidemocrazia esportato.  Questo il film e questa l’ennesima ottusa propaganda del modello mortale, nei quali s’inseriscono l’interpretazione di Leonardo di Caprio, uno che sà recitare e fornisce perciò vigore e grande vitalità al personaggio di Danny Archer, e di una sorprendentemente sempre giovanissima Jennifer Connelly nella parte (voluta soprattutto dagli intenti propagandistici e di botteghino) di una affatto credibile giornalista “idealista” invece che mestierante come da realtà - e che infatti nella storia c’entra poco o niente - con all’opposta angolazione un Djimon Hounsou credibile soltanto grazie alla sua presenza fisica, cioè al colore della pelle. Detto delle prove d’attore e della inevitabile bassa dimensione intellettuale ed artistica, non resta che riesumare – per  concludere nella barzelletta la mancata denuncia sociale, che dal Delitto della Croce fà della dimensione critica assente sostegno incentivante delle sistematiche violazioni dei diritti umani passate, presenti e future - la vignetta del capitano di fanteria che con le mani in tasca apostrofa  l’impacciata recluta sorpresa a mettersi una mano in tasca per prendere il fazzoletto, rimproverandola severamente: “Ai militari non è consentito stare con le mani in tasca!”. O, ancora meglio, ricordare quel principio disatteso e dimenticato della Legge, secondo il quale “non evitare un evento delittuoso che si ha l’obbligo giuridico di prevenire, equivale a provocarlo”.

 
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