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Fast Food Nation

Fast Food Nation locandinaEmblematica, inconscia e allegorica parodia del Cristianesimo al Negativo Invertito, laddove la carne e il sangue della rivelazione diventano nel mondo dell’industria della macellazione degli animali e della produzione degli hamburger, che secondo le giustificazioni delle catene di fast food consentono ai meno abbienti di nutrirsi a un prezzo contenuto, la negativizzazione e il rovesciamento della promozione umana praticati - partendo dalle mistificazioni e dai raggiri religiosi, atei e agnosticisti - in ogni settore della comunità economica e sociale. Il direttore marketing della Mickey’s Food Restaurants, importante catena di fast food, spinto dal sospetto che la carne non sia igienicamente a norma,  lascia il suo ufficio in California per raggiungere lo stabilimento di macellazione dove viene impiegata una manodopera sottopagata formata in prevalenza da immigrati messicani clandestini. Il film di Richard Linklater, ispirato all’omonimo libro-inchiesta di Eric Schiosser, segue però un percorso diverso, trasformando il documentario in una fiction strapopolata di personaggi e delle loro storie, dove la carne “umana” parallelamente a quella delle bestie allevate per la macellazione e la produzione degli hamburger, segue  lo stesso percorso distruttivo fatto di sofferenze, umiliazioni e pericoli, e per le donne della costrizione di soggiacervi sistematicamente vittime del potere maschile.  In un calderone così dilatato, in cui la denuncia dello sfruttamento, dell’oppressione e del degrado, surrogata da quella sull’imparità della condizione femminile rispetto a quella maschile, finisce per trasferire l’esposto originario limitato ai fast food, in una congiunzione bestie-umanità che fornirebbe al film un titolo diverso, magari quello di “carne da macello”, trasceso dall’animalità ingabbiata e allevata per gli scopi anzidetti, a una umanità negata, negativizzata e invertita, per gli stessi obiettivi. Questi i meriti seppure inconsci del film. Che poi la denuncia, partita dal calderone della “carne da macello”, vi permanga senza alcuna possibilità di uscita mancando la messa sotto accusa della Causa maligna (la Disuguaglianza Economica stabilita dalla Dittatura chiusa o allargata che sia), viene documentata dallo stesso film nella scena in cui un gruppo di giovani aspiranti ecologico-animalisti liberano le vacche imprigionate nei recinti in attesa di essere macellate, e queste restano passivamente dove sono, senza muovere un passo, impossibilitate ad andare oltre il cerchio chiuso che le racchiude e dunque incapaci di “andare oltre se stesse”.  Un cast di buoni attori consente al lungometraggio di esprimersi con sufficiente visibilità realistica, in parte contrastata dal ritmo un po’ troppo rallentato che qua e là ne limita la fluidità narrativa, ma soprattutto dal finale che parrebbe intitolarsi “come prima peggio di prima” dando corpo al vero esposto, questo investente lo stesso film, per la mancata denuncia della causa.

 
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