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Hostel 2

Hostel 2 locandinaCon il beneplacito di Quentin Tarantino, che produce e presenta il filmato, tre studentesse americane che studiano a Roma storia dell’arte, partono per una vacanza dalla capitale storica del mondo alla volta di Praga e, sul treno, incontrano una conoscente che le convince ad andare con lei in una beauty farm in Slovacchia, dove la regia visionaria di Eli Roth riprende il suo discorso allucinato, interrotto nell’ostello slovacco il cui unico superstite, Paxton/Jay Hemandez, si nasconde ora in un angolo remoto della Terra nel terrore che l’organizzazione possa ritrovarlo. Le tre studentesse, Beth, Whitney, e Lorna, una volta giunte alla beauty farm vengono catalogate via internet e cellulare e messe all’asta per la vendita al miglior offerente. Dopo il primo Hostel, Hostel Part 2 mette in scena un hostel tutto femminile, almeno nella prima parte del film, perché nel finale non si fa più alcuna distinzione di sesso tra le vittime, per cui è il sangue bisex a farla da padrone, inondando lo schermo sempre più scurito e dolciastro. La componente psicologica della clientela formata da criminali istituzionali d’appoggio, cioè da persone ricche e/o  benestanti, appena abbozzata nel primo capitolo con la richiesta di un cliente di  torturare chi non parlasse la sua lingua, viene nel capitolo successivo, vale a dire in questo film, esaltata dal comportamento di due criminali istituzionali d’appoggio americani, Stuart e Todd, che giungono in terra slovacca assetati di sangue umano. Il regista sembrerebbe qui inconsciamente cogliere davvero nel segno, nel suo tentativo inconsapevole di esporre sulla scena cinematografica il lato più perverso della criminalità capitalistica stabilita dall’organizzazione sociale di disuguaglianza economica, sintetizzandola in una sorta di legge capitalisticamente sovrana che, richiamandosi alla realtà sociale prodotta dalla disuguaglianza economica dove la vita umana è messa all’asta, testualmente recita: “Chi ha più soldi decide chi vive e chi muore”. Edwige Fenech si presta al gioco caricaturale in una apparizione breve e minore e l’italiano Ruggero Deodato (secondo la solita critica cecata incapace di trascendere e di cogliere l’allegoria dell’esasperazione visionaria, perfettamente a suo agio nella parte dell’aguzzino cannibalesco, che lo spettatore farà però molta fatica a distinguere nell’anonimato dei tanti “cattivi” proposti quali copie gli uni degli altri), è reso visibile all’ultimo posto del cartellone espositore del cast degli attori, tra i vari Rogert Bart, Richard Burgi, Stanislav Ianevki, Milan Knazko, in cui Rogert Bart emerge per la battuta mitologica: “La mia forza è quella di Ercole”, secondo i più faciloni da collegare al protagonista del cartone animato della Disney, Hercules,  da lui doppiato, ma forse più appropriata alla esposizione enfatica di una usurpazione capitalistica che si vorrebbe “divina”, a ricalco di quella di un ordine cosmico prescritto, estirpato e assegnato alla cancellazione, che si crede universo. Permanendo il pubblico in quanto semplice spettatore nel comparto Disconoscimentista a lui riservato anche nella realtà, la presenza del Travestitismo  da opporre in netta contraddizione a  quella Evidentista dominante, è resa esteticamente memorabile dalla bellezza delle varie Lauren German, Bijou Philiips, Heather Materazzo e Vera Jordanova, tanto per non  trascurare il luogo comune intramontabile de “La Bella e la Bestia”, una delle quali “ belle” alla fine trasferita - più Bestia che Bella - dal Travestitismo all’Evidentismo più scontato.

 
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