Film prodotto in Spagna con lo zampino di Pedro Almodovar, diretto da Isabel Coixet e interpretato da Tim Robbins e da Sarah Polley, una delle ultime sfornate di bionde, belle e bravissime, connotazione di attrici che negli Usa pare non debba aver mai fine, a meno che non ne perdano prima o poi il misterioso stampo. Hanna, sopravissuta al decennio infernale della guerra intestina che sconvolse l’ex Jugoslavia, vive sola e perennemente in fuga dal suo passato, in una solitudine tormentata che riempie con la cura maniacale delle piccole cose, tra la fabbrica tessile dove lavora e la propria casa. Durante una vacanza accetta un lavoro provvisorio di infermiera su una piattaforma petrolifera, dove accudirà Josef, rimasto temporaneamente cieco e gravemente ustionato in un incidente. Chiusa in se stessa, rosa dal “senso di colpa” per essere sopravvissuta alla guerra civile e alle torture subite, finirà per aprirsi ad un confronto emozionale ricco d’implicazioni psicologiche, quando il suo paziente le confesserà di essere rimasto vittima dell’incendio scoppiato a bordo della piattaforma petrolifera nel tentativo di salvare il suo migliore amico che, volontariamente, si era gettato tra le fiamme; ed è ora preda del rimorso per non essere riuscito a salvarlo ed essere stato la causa del suo suicidio: la relazione da lui avuta con la moglie dell’amico. Che tale confronto si sia stabilito allo scopo di cambiare la vita di entrambi, è talmente palese da costituire la peggiore pecca di un film che dopo una prima parte ricca di bellissimi primi piani, luce plumbea, soffusa, memorie di atrocità da non dimenticare ma da spiegare svelandone la causa nell’ordine sociale di disuguaglianza economica relativa eppure mai spiegate e perciò dimenticate, e profondità di riscontri figurativi, precipita nel tentativo di farsi destino dei due personaggi principali, sostituendo troppo macroscopicamente e pochissimo credibilmente la realtà con il soggetto cinematografico. Ma forse troppo precipitosamente abbiamo definito questa la “peggiore pecca” del film, perché - a dire il vero e riflettendoci meglio - la trovata del libro alla Paolo e Francesca che rinverdisce il verso: “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”, è davvero il massimo. Dell’omissione, della scelleratezza e delle memorie.






