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La stella che non c'è

Le stella che non c'è locandinaGianni Amelio ci accompagna in un viaggio cinematografico grigio e nebbioso in luoghi privi di sole e di colori, attraverso la Cina capitalista la quale, dismessi dopo i suntuosi abiti imperiali anche gli sbiaditi vestimenti proletari, reitera automaticamente i ritmi dell’oppressione, dello sfruttamento e della criminalità perfetta, surrogata da quella istituzionale d’appoggio, nel ricalco, nel riciclato  e nella propagazione di un moderno modello di civiltà capovolta importato dall’occidente che, messi da parte gli antichi fasti e la maschera della spettacolarità dorata, contornata dalla saggezza e dalla responsabilità cosciente di Jao,  mostra il suo vero aspetto rovinoso di teschio e scheletro balzante, e si fa industria e cantieri a cielo aperto in una produzione selvaggia che finisce per annegare e trascinare con se, nella diga più grande del mondo, una Cina storicamente in lotta con se stessa su una terra intrisa di sangue fratricida. Ispirato al romanzo di Rea, La dismissione, il tema letterario si traduce, moltiplicandosi e spaziando da occidente ad oriente, in una serie di dismissioni parallele e consequenziali le quali, come antichi cavalieri favolistici un tempo vincitori, si arrendono oggi alla tragedia invincibile della morte deponendo al suo cospetto la propria stessa vita. Una compagnia cinese acquista l’altoforno di un’acciaieria italiana che ha cessato la propria attività, e Vincenzo Buonavolontà, manutentore specializzato dell’acciaieria, scopre un grave difetto nell’impianto e, per prevenire incidenti sul lavoro e garantire la sicurezza agli operai cinesi, lo denuncia agli inviati in Italia della compagnia acquirente che si mostrano però del tutto indifferenti. Egli costruisce allora una centralina in grado di correggere il difetto e parte per la Cina dove, accompagnato dalla giovane interprete cinese Liu Hua, si mette alla ricerca dell’impianto scoprendo a poco a poco una Cina emblematica che diventa palcoscenico del mondo capitalistico della produzione e del business, dove per non pagare l’ammenda di chi nasca fuori del numero prescritto dalle autorità, i neonati poveri non vengono denunciati all’anagrafe dalle loro famiglie, e si ritroveranno assegnati a una esistenza “inesistente”, relegata nella rassegnazione e nella sopportazione stoica che ne fa coesistenza resa “miracolosa” dalle tradizioni antichissime, in una  sovrappopolazione  condizionata e ben diversa – immaginiamo – da quella dei bambini delle famiglie dei Criminali perfetti e dei Criminali istituzionali d’appoggio, in grado di pagare l’ammenda, ammesso che essi la debbano poi davvero pagare e che questa non sia prevista soltanto per le famiglie derubate. Durante il viaggio cinematografico, Vincenzo Buonavolontà scoprirà che le stelle che rappresentano ciascuna i più significativi valori umani, iniziando dalla stella della giustizia, in realtà non esistono e che la loro immagine trasferita sulla loro bandiera è un simbolo falso come lo è in quella di ogni nazione su un pianeta relativisticamente conformizzato dalla Dittatura globale imposta dal Male Perfetto.  Dopo una serie di peripezie e di ostacoli, consegnata finalmente la centralina agli operai che lavorano all’altoforno - i quali senza che egli lo venga mai a sapere la getteranno via perché inutile come il viaggio, la ricerca e i suoi propositi - l’ingenuo manutentore si ritroverà alla fine del viaggio, in compagnia di  Liu Hua, in una lunga rotaia deserta in attesa di un treno che non arriverà mai. L’attrice Tai Ling ci appare perfettamente inserita nella parte di Liu Hua e abbastanza misurato e credibile Sergio Castellitto nell’impersonare il manutentore Vincenzo Buonavolontà. In quanto alla regia, ci auguriamo che il nome del protagonista non abbia nulla a che fare con i suoi “buoni” propositi e con quelli di Amelio, e che si tratti soltanto di una curiosa coincidenza.

 
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