Il regista Atom Egoyan, ripropone in questo film le sue ossessive domande sull’esistenza umana, e una ragazza giovanissima rinvenuta cadavere in una cassa di aragoste piena di ghiaccio destinata a due star della televisione di fine anni 50’, Lanny Morris e Vince Collins che conducono con grande successo una Maratona Telethon intitolata alla solita beneficenza al negativo invertito, diviene il pretesto per questa sua ennesima e inutile cinematografata maldestra, portata sul palcoscenico dalla sintomatologia moderna che lo spinge in un progress irreversibile oscillante e ruotante sul proprio asse, tra l’ambiguo, il fatuo e la doppiezza che si vorrebbe scoprire di un’anima totalmente mancante se essenza e personalità umana. Il duo la fa franca grazie a un alibi prefabbricato, nonostante risulti che i due showman televisivi abbiano spedito la cassa a se stessi dall’albergo dove alloggiavano, ma il fatto increscioso li separa e mette fine alle loro carriere unificate, fino a quindici anni dopo, quando una giovane giornalista rampante riesce a strappare un grosso contratto a un editore, disposto a tirare fuori un bel po’ di denaro qualora lei riesca a far riaprire il caso. La ragazza si butta a corpo morto, letteralmente e in tutti i sensi, sulle due ex star del firmamento televisivo, passando da un letto all’altro, da una droga all’altra e da uno stato di depressione all’altro, fino al suicidio di uno dei due che quanto l’altro si sospetta autore del delitto, ma è roso dai sensi di colpa. Le varie ipotesi sull’accaduto, si susseguono e s’intrecciano, ma le false verità sono soprattutto quelle che il regista ci propina a mani basse. L’assassino è una persona diversa dai due protagonisti, ma è un assassino talmente maldestro che non si capisce bene perché lo abbia fatto, dato che non riesce a tirare fuori un cent del milione di dollari che egli aveva progettato di incassare; e tanto meno ci riuscirà a 15 anni di distanza. Nessuno va dunque in galera e il rimorso ci viene propinato sottoforma di uno stato di incoscienza delirante dovuto all’uso di droghe, alcol e analoghe cianfrusaglie per passatempi gioiosi, altrimenti improponibile in un contesto di alcolisti, drogati e venditori e/o consumatori di sesso facile, etero, omo, bisex e via dicendo, fino all’ammucchiata generale di un film, postosi alla ricerca di se stesso senza trovarsi, come un gatto che insegua follemente la propria coda. Così che a tutte le sue domande sulla verità, non resterebbe che rispondere con le tre sole parole inframmezzate dalla congiunzione vocale “e” – fra l’altro simbolo dell’elettrone e della base dei logaritmi naturali - nonché chiuse con i due punti del proseguimento discorsivo e della spiegazione ultima e definitiva della SCIENZA ASSOLUTA, trasferite sullo specchio di ogni schermo relativo dove, relativamente, c’è infatti scritto a grandi caratteri lampeggianti aborto e rifiuto umano: BUIO DELLA MENTE. Fin qui la verità “vera”: che il film sia stato poi interpretato da Kevin Bacon, Colin Firth, Alison Lohman, Rachel Blanchard, ecc. ecc… è soltanto un caso.






