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Quel treno per Yuma

Quel treno per Yuma locandinaQui si tratta davvero di western, ma soprattutto – tanto per cambiare - di remake. Con una punta di sadismo, James Mangold ci propina infatti un desolato e sbiadito rifacimento del film di Dalmer Daves del 1957, interpretato da Van Heflin e Glenn Ford, che avrebbe potuto tranquillamente intitolare: “Cinquantanni dopo” tanto per mostrare con un minimo di schiettezza la degenerazione, l’invecchiamento e il progresso a ritroso del MP, con il risultato di obbligarci a rimpiangere ancora e ancora una volta il niente di allora a causa del niente di niente di oggi. Nell’inevitabile recita del ritornello spazio-temporale “come prima, peggio di prima”, stabilmente di moda in ogni comparto, sezione e sottosezione del sociale e dell’individuale, s’inserisce come un tassello da collocare al proprio posto, la storiella del contadino bisognoso di denaro che per 200 dollari s’impegna fino alla morte di scortare e mettere sul treno per Yuma, dove sarà processato, il pericoloso criminale Wade. Secondo l’appiattimento generale e i luoghi comuni propagati dal virus in espansione irreversibile conosciuto come il “Flagello del Terzo Millennio”, dal film originale al rifacimento odierno ci correrebbe quel peggioramento del contesto generale e pertanto anche del cinema, del pubblico e della critica, che i dettami dell’ottusità generale e dei luoghi comuni scambiano per “cambiamento”: in realtà - come il progresso del MP dimostra attraverso i suoi più moderni processi sintomatici - effetti della normale regressione che il conteggio alla rovescia del tempo negativo invertito scandisce. Quindi, che la regia di James Mangold sia peggiore di quella di Delmer Daves e peggiore la recitazione dei vari Russel Crowe e Christian Bale rispetto ai vari Van Heflin e Glenn Ford, tanto dal far sembrare questi ultimi dei mostri di bravura, non è che “ordinaria amministrazione” e l’inesorabile “niente di nuovo” della vedetta dell’avvistamento inutile per l’insussistenza del “nuovo” e in presenza della cecità della vedetta. Tanto, che perfino l’ormai classico: “Ma chi ve lo ha fatto fare?” si fa remake del remake, l’interrogativo più inutile che si possa avanzare se sprovvisto o non sottinteso dalla premessa “A parte i soldi”, ma che nell’esasperazione della degenerazione e del conto alla rovescia, si fa anch’essa priva di ogni utilità se non accompagnata dall’aggettivo INACCETTABILE che definisce l’esatta definizione del contesto e del film da esso prodotto, e che ci troviamo purtroppo qui a presentare nell’inaccettabilità totale di un tutto vecchio, rinsecchito e incenerito nel ristagno puzzolente fognario della più aberrante immondezza.

 
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