Ermanno Olmi ci lascia per dedicarsi al documentarismo con un film che ci rifila il riciclaggio di una ennesima negativizzazione e di un ennesimo invertimento della figura di un Abbattitore del Tempio, che si fa appunto “abbattitore” nel momento stesso in cui, con la sua presenza, rende obsoleto il tempio. In questo film, si fa perciò di tutto, ovvero il corrispettivo nulla del vuoto, per mantenere in piedi la baracca traballante di un tempio inesistente, che sul Delitto della Croce accresce i suoi effetti mortali, criminali e usurpativi, a imitazione e ricalco di una Bestia usurpatrice della Persona Umana e di una Morte usurpatrice della Vita. Nessun rimpianto dunque per il cinema fiction di Ermanno Olmi, al quale raccomandiamo di pensarci un po’ su prima di mettere mano al riciclaggio nella manipolazione delle pratiche documentariste di Bassa Cultura, per evitare di trasferire nel documentario la reiterazione del Delitto, che questo suo ultimo film rende con rigore e ampiezza estremamente evidente. L’inquinamento che i “Centochiodi” tentano di introdurre ad alimentazione di un contesto sull’orlo della goccia, ci racconta di un professore universitario di filosofia che dopo aver inchiodato al pavimento e ai tavoli di una biblioteca ricca di manoscritti e volumi, la preziosità inquinante dei medesimi, invece di denunciare con precisione e chiarezza la falsità e gli effetti perversi di questa produzione di infima Cultura, vincolata alla più crassa ignoranza stabilita dai vari “Non sapevano neppure dove erano messi” e/o “Non sanno neppure dove sono messi” dell’attualità, si rende irreperibile trovando rifugio sulle rive del Po, a Bagnolo San Vito, dove una comunità primitiva lo accoglie con simpatia e amicizia, mentre i carabinieri si mettono alla sua ricerca. Dalle sbarre del suo strombazzato “spirito libero”, il regista s’impegna affinché la storia dei centochiodi divenga il testamento autoriale che guarda alla Fede del Falso attraverso l’aborto e l’incompiutezza della dimensione simulatrice, che negativizza e inverte allo scopo di fornire ulteriore nutrimento inquinante e rendere sempre più putrido, melmoso e stagnante, lo status quo morbosus che invece di convertirsi al Cristianesimo, attraverso il Delitto lo ha negativizzato e invertito convertendolo a se stesso, evincendo l’Anticristianesimo consolidatosi e protrattosi fino ad oggi. La parola, la parola scritta, codificata dai libri, non vale un caffè preso con un amico, dice il tema del film, che soggiunge: “I libri non parlano da soli”. E, siccome, purtroppo per il film e per gli anticristiani del pianeta, cioè per tutti gli abitanti del pianeta, i libri parlano invece sulla Terra la lingua uniforme del Male, dalle variazioni che vanno dal biforcuto al pluralismo selvaggio delle malattie, l’esaltazione tematica evince la suprema ignoranza che non conosce neppure se stessa. Alla fine, irragionevolmente come si era presentato, il professore di filosofia scompare, senza che ci sia bisogno, essendo l’ennesimo falso del falso, di un Delitto storicamente riservato al vero. E scompare il regista, e scompaiono con pari irragionevolezza il film e gli attori che lasciano sul luogo del Delitto, sulla Terra, la loro riconsumazione reiterativa e aberrante della quotidianità anticristiana, di una disumanità deturpata da se medesima, dal proprio analfabetismo intellettuale, dal proprio mercantilismo cieco e dall’ignoranza di se resa davanti allo specchio del mondo. Ed ecco i nomi scorrere nei canali del niente, come lapidi e memorie camuffate in titoli di coda, rendendo in pienezza la visibilità del camposanto espresso dai libri, dai caffè presi in amicizia e dalle rive paludose del Po. L’incolpevole cast, incolpevole per insufficienza e incapacità di intendere e volere e quindi perdonato, registra i nomi di Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattera, Damiano Scaini, Franco Andreani. Film di conseguenza inaccettabile? Fate un po’ voi…






