
Monster
Il film della regista esordiente Patty Jenkins, è del 2003, ed è stato da poco riproposto in televisione su Rete4, dimostrando di meritare di essere rivisto e di meritarlo ancora, in un prossimo futuro, per una visione che abbia una nuova prospettiva e un’attenzione diversa, perché a distanza di quattro anni non solo ha conservato, avvalorandolo, quel suo ruolo fondamentale di “agitatore di coscienze”, ma in rapporto ai processi dell’attualità sociale ed economica ne ha guadagnato in credibilità e valenza, proiettandosi oltre i tempi storici della vicenda, a cui il film si è ispirato, e a quelli della trasposizione cinematografica, imponendosi nel firmamento dell’arte del Cinema come opera artistica di tutti i tempi. Ma il vero “mostro” del film, non è la protagonista della storia vera, della vera tragedia, la “passionaria” prostituta Aileen Wuornos, condannata a morte per sei omicidi e uccisa dallo Stato della Florida nel 2002 - e se vogliamo non lo è neppure lo Stato della Florida, avendo troppi concorrenti e imitatori in circolazione - ma è Charlize Theron che con la sua interpretazione, “mostruosamente” carnale e sanguigna straripante bravura ed eccellenza, per la quale è dovuta ingrassare di ben 13 chili per rendersi fisicamente somigliante a Aileen Wuornos, ha sbaragliato il campo da ogni pur agguerrita concorrenza, facendo il pieno dei premi: Oscar, Golden Globe e Orso d’Oro. E ne avrebbe forse meritato degli altri ben più importanti. La co-protagonista Christina Ricci, nata e cresciuta nel mondo della celluloide di Hollywood - ma talmente brava dal far sospettare come non sia stata lei, ma piuttosto Hollywood ad averci guadagnato - avrebbe meritato degli analoghi riconoscimenti, ma vicino al “mostro” Charlize, si è dovuta accontentare, per il momento, dei nostri elogi e di quelli del pubblico che è rimasto a lungo ad ammirarla. La materia trattata era scottante: si correva il rischio di giustificare gli omicidi come una sorta di legittima difesa. Aileen Wuornos era così che li spiegava. E il primo omicidio, secondo la trasposizione filmata, lo era senz’altro, ponendo psicologicamente le basi della difesa legittima anche per gli omicidi successivi. Ci sarebbe però da osservare che i bersagli erano sbagliati, ma lo sarebbero stati comunque, anche risalendo gli scalini gerarchici fino alle più alte sfere della responsabilità sociale disattesa. Il punto focale, è che non si può ammazzare la morte o contrastare il male con il male, fornendo a entrambi il proprio nutrimento naturale e ponendoli così all’ingrasso, come puntualmente avvenuto, senza pagarne personalmente lo scotto diventandone perfetti servitori. L’aver ammazzato per sopravvivere sei demoni, sei sintomi del Male Perfetto, è servito infatti ad abbuffare e a far sopravvivere il Male Perfetto e la Morte, nelle cui grinfie la povera Aileen, una volta caduta, si era poi vista processata e condannata senza appello, per essere a sua volta, lentamente, ma molto molto lentamente, ammazzata: gli aguzzini ci hanno messo dieci anni per toglierle il respiro. Non sono i demoni che vanno combattuti ed eliminati, ma l’Inferno, così come non sono i sintomi che vanno combattuti ed eliminati, ma il Male iniziando a scalfirne, mettendola in entrambi in luce, la medesima PERFEZIONE: eliminati cento sintomi, il Male me produrrà velocissimamente altri mille; eliminati mille demoni, l’Inferno ne riproporrà istantaneamente altri centomila. Ed è dunque l’embrione dell’Inferno (oggi visibile nell’Evidentismo), il quale sin da bambina l’aveva abusata, violentata, prostituita, torturata e denutrita, che l’infelice Aileen anziché servire avrebbe dovuto combattere – se ne fosse stata capace e se non fosse stata invece anch’essa trasformata in demone e in sintomo – strappando dal teschio repellente del MALE PERFETTO, le tre maschere dell’abominio: l’Evidentista, la Disconoscimentista e la Travestitista. Dunque legittima difesa? Andate a dirlo ai vertici demoniaci, agli aguzzini, agli agenti patogeni, agli emissari della materia prima del Delitto. Lei odiava quella componente bruta, maschile, dalla quale era stata da sempre offesa, violentata e vilipesa. E non sapeva neppure che cosa essa fosse in realtà, essendo tutt’altro che una componente di uomini, ma un artificio, un raggiro, un trucco, una immagine capovolta, un inganno, un contenitore di falsi. E prima di incontrare la piccola e dolcissima co-protagonista del dramma, non sapeva cosa fosse l’amore. E per lei, da eterosessuale si fece lesbica e tornò sulla strada per combattere e difenderla, fino all’ultimo, fino a quando la vide trasformata dal potere usurpativo nella sua principale accusatrice, e fino a quando - nell’aula del giudizio - invece di puntare il dito accusatore sulla Vecchia megera, sulla Causa, sull’Organizzazione del crimine, l’accusatrice innocente lo puntò contro l’Amore. E allora, tralasciando per un momento, per un solo momento, ogni battuta sulla “mostruosa” bravura di Charlize Theron, non ci resta che riconoscere nella comunità dell’a e del per e dei senza e dell’assenza, nella gente, nell’aggregazione criminale, nell’insieme degli aborti e dei rifiuti umani, nell’astrazione dello spettro e nell’invisibilità dello Spirito, nella Massa amorfa dai contorni indefiniti in stato di quiete pro-tempore, il vero MONSTER, la congiunzione Spirito-Massa che il Glossario di Cultura dell’Universo così ci descrive: “Composizione dell'Ordine cosmico negativo invertito. Composizione delle persone fisiche simulate umane”.






