Questo e il terzo dei film “datati”, che riproponiamo per una rivisitazione attualizzata, smitizzata e disinibita, rimossa dai luoghi comuni logorroici, conformisti e conformizzanti di Bassa Cultura e, una volta liberata, rivolta a una lettura inspirata, arricchita e stimolata dai nuovi indirizzi di Cultura dell’Universo. Vogliamo in tal modo mettere da parte i miti mondani, artistici, letterari e bellici, confluiti in un’Europa trasformata in una sorta di centro propulsore di sperimentazioni esistenziali, all’ombra spettrale di Gertrude Stein, Scott Fitzgerald, Jean-Paul Sartre, Somerset Maugham e di altri fino a Frederick Forsth. Con la regia di John Duigan, Charlize Theron - abbandonata la tragica figura di Aileen di Moster, e lasciatisi alle spalle i 13 chili di soprappeso e i premi ricevuti per la sua interpretazione – torna alla sua folgorante bellezza, ponendola al centro di un triangolo amoroso a tempo, in cui ai suoi lati vengono coinvolti Stuart Townsend e Penelope Cruz, il primo nella parte dei giovane irlandese Guy e la seconda in quella di Mia, una idealista spagnola insieme alla quale Guy si reca in Spagna per combattere nella guerra civile contro la dittatura franchista. Guy e la sua ammaliante e amatissima Gilda-Charlize Theron, si ritroveranno negli anni successivi, verso la fine della seconda guerra mondiale, a Parigi, apparentemente impegnati in campi opposti fino alla drammatica conclusione della vicenda. Guy si salva, ma Gilda-Charlise Theron subito dopo il cessate il fuoco, viene uccisa dai partigiani francesi che la ritengono una traditrice collaborazionista dei tedeschi, mentre è in realtà una spia al servizio della Gran Bretagna. Chissà perché (ma purtroppo per lei si rendeva necessario per realizzare la conclusione drammatica del film), Gilda non apre bocca e non c’è nessuno che interceda per lei, spiegando ai partigiani la sua vera posizione. Magari, in circostanze reali, e all’epoca in cui le guerre venivano ancora chiamate guerre e non missioni di pace, “già che c’erano” i partigiani l’avrebbero ammazzata lo stesso; e soprattutto lo avrebbero fatto in “diretta”, dal vivo. Invece, per ovvi motivi, i partigiani “non si toccano” e tanto meno si può far vedere il feroce assassinio dell’eroina del film, da essi PERPETRATO. Per cui, non essendo in scena, il suo omicidio va soltanto intuito, il che diviene un motivo di riflessione anche in merito al titolo del film. Che si tratti di un gioco tragico dato il clima, siamo d’accordo, che sia un gioco lo siamo un po’ meno, soprattutto perché di donne non ne rimane viva una, mentre lo sbiadito irlandese che costituiva un lato del triangolo, resta a piangere se stesso e le foto del triangolo, visto che a forza di giocare alla guerra per la pace, sperando nella quiete dopo la tempesta, le “sue” donne ci hanno lasciato le penne con tutto il resto. Prescindendo dall’abuso delle stereotipate scene di sesso da camera, gran parte di Gioco di donna, mette comunque sul piatto della bilancia tantissime sequenze di “azione” molto coinvolgenti e di grande merito, in quanto non si avvalgono dei moderni effetti speciali, ma si limitano agli scenari storici dell’epoca, facendo si che si possano distinguere facilmente, dalle rispettive uniformi, chi siano i “nostri” e chi invece i “loro”, in questo caso i buoni: i partigiani; e i cattivi: i nazisti con le loro divise ben visibili. E non è poco, se consideriamo che nei film d’azione del Terzo Millennio, durante i vari conflitti c’è un tale guazzabuglio, in cui tutti sparano a tutti e tutti appaiono uniformemente mimetizzati, che non si riesce più a distinguerli perché risulta impossibile capire dove siano i “nostri” e dove invece si trovino i “loro”, corrispondendo infatti, inconsapevolmente, a una realtà sintomatica sempre meno camuffata, dove tutti si evidenziano perfettamente CATTIVI, e di buoni, di “nostri”, non ce n’è neppure l’ombra.






