Ed ecco il quarto. Lo avevamo inseguito in tutti questi anni, ma inutilmente, perché questo film del 1997 era misteriosamente scomparso dal mercato. Siamo riusciti adesso a visionarlo in una versione in lingua spagnola, il che non ci ha in ogni caso granché disturbato, perché la vicenda viene rappresentata quasi esclusivamente con sequenze di azione rapide e mozzafiato di grande effetto, “intrappolata” in quel filone cinematografico on the road che dagli anni 70’, nato con il mitico Duel, si è protratto fino agli anni 90’. In Breakdown, diretto, sceneggiato e prodotto da Jonathan Mostow, Kurt Russel interpreta abilmente Jeff Taylor, il quale in viaggio in auto da Boston a San Diego, percorrendo l’autostrada nel deserto del Sud-Ovest, perde misteriosamente la moglie Amy, che a causa di un guasto alla loro macchina aveva accettato un passaggio dal conducente di un grosso autorimorchio per cercare aiuto nel più vicino ristoro mentre Jeff restava a guardia della macchina. Dopo qualche tempo Jeff riesce a far ripartire l’auto, raggiunge il ristoro che gli aveva indicato Red, il conducente dell’autorimorchio, chiede della moglie ma nessuno l’ha mai vista e Jeff ha l’impressione che tutti mentano. Si rimette in viaggio, cerca aiuto dalla polizia e, mentre è in compagnia di un poliziotto in servizio di perlustrazione stradale, ritrova Red, il quale afferma però di non conoscerlo, di non averlo mai visto prima, e di non sapere niente della moglie; e il poliziotto “naturalmente” gli crede. Al più vicino comando di polizia, Jeff denuncia allora la scomparsa di Amy; e qui scopre che un’infinità di turisti e di persone di passaggio scompaiono misteriosamente, e ne vede le fotografie appiccicate sul muro dell’ufficio. Protesta per l’indifferenza e l’inettitudine mostrate dagli agenti, e rischia di essere arrestato; e a questo punto si mette da solo alla ricerca della moglie, ripercorrendo l’autostrada e inoltrandosi nei luoghi limitrofi, finché dopo una serie allucinante di peripezie, agguati, incontri e scontri con gli abitanti del posto, che soltanto il regista sceneggiatore del film riesce a fargli superare indenne, ritrova la moglie chiusa in un sacco, rapita e tenuta prigioniera da Red e dalla sua famiglia per conto della banda del paese formata da rapitori di turisti e di passanti con il beneplacito di una polizia incapace e indifferente, che non sospetta niente, nonostante le continue sparizioni. La moda cinematografica americana, che ha giustificato la realizzazione di questo film, e che faceva sì che i protagonisti di passaggio finissero puntualmente in mano ad orribili comunità di assassini e di ladri senza scrupoli e da poliziotti corrotti oppure incapaci come nel nostro caso, oggi sembra sia passata irrimediabilmente, ma queste storie rapportate ai nostri giorni e viste pertanto con il senno del poi, appaiono molto più realistiche di quanto non sia sembrato allora. Nel pieno di quella moda che Breakdown segue fedelmente, senza tentennamenti e senza mostrare niente di nuovo, neppure nella famiglia di Red formata da bambini assassini: ne abbiamo viste perfino di peggiori, anche se magari ai nostri giorni dovrebbero farci più impressione, avendoci perso – cinematograficamente - l’abitudine: ma ci ha pensato con grande efficacia la realtà a farcela conservare. La morale cinematografica conclusiva è che, come nella realtà, se il povero cittadino si trova nei guai deve darsi da fare e uscirne fuori da solo, e almeno al cinema con l’aiuto determinante degli autori e del regista ci riesce, perché le istituzioni dell’Organizzazione sociale obsoleta hanno ben altro da fare, per cui il vero titolo, comune a tutte queste cinematografate d’oltreoceano quanto mai specchio socioeconomico della realtà circostante - ma anche, tornando al di qua dell’oceano, di quella di ogni altro luogo, tempo, deserto, anfratto o metropoli del pianeta - dovrebbe essere metaforicamente: Selfservice”, invero “FAI DA TE”. Immancabilmente. Contro tutto e contro tutti.






