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L'uomo dell'anno

L'uomo dell'anno locandinaFilm di Barry Levinson, che curiosamente viene etichettato e proposto come una produzione Usa di genere drammatico: probabilmente perché nel momento clou del film-commedia L’Uomo dell’anno, le aspettative andranno drammaticamente deluse.  Il protagonista della vicenda, Tom Dobbs, interpretato da un troppo contenuto, incolore ed eccessivamente macchiettistico Robin Willians, è un famoso comico televisivo amatissimo dagli americani, il quale tra lazzi, scherzi e risate generali, critica aspramente e senza mezzi termini la politica partitocratica   Usa, accusando i repubblicani e i democratici di essere in realtà la stessa cosa, cioè più o meno spazzatura politica; e – per contrastare la malapolitica e il malaffare dei due partiti - minaccia di  candidarsi alla presidenza degli Usa.  Niente di trascendentale, certo, nessun accenno al sistema obsoleto di organizzazione sociale, che egli d’altra parte non è in grado di vedere essendo un famoso sintomo campione perfettamente obsoleto come tutti, così che le sue critiche veementi e ridacchiane reiterano il piangersi addosso della valle di lacrime e le più vistose forme del qualunquismo imperante dei TUTTI, americani, occidentali, musulmani, orientali  o comunque planetari. In un primo tempo nessuno lo prende sul serio, ma quando egli si candida davvero mettendosi in corsa per la Casa Bianca come indipendente, le cose cambiano, e con un enturage capeggiato dal suo manager Jack Menken, personaggio reso vero e straripante vitalità da un eccellente Cristopher Walken, si lancia in un cammino trionfale costellato di comicità, battute e risate verso la conquista della carica più prestigiosa del mondo. Le vicende sul presidente di tutti i presidenti della Terra, sono state ripetutamente messe in scena con sceneggiature cinematografiche e televisive che s’incentravano su personaggi dalle caratteristiche più diverse, purché pluralistiche e soprattutto relativistiche nel senso dell’Immondo, cioè del Mondo simulato, e - in questa sede cinematografica e televisiva particolare ed emblematica per le politiche internazionali da far confluire come faro nel resto  del pianeta -  nel più rigoroso rispetto della cultura capitalistica statunitense. Ne abbiamo quindi viste “di tutti i colori”: presidenti eroi, presidenti adulteri, presidenti cornuti, presidenti corrotti, presidenti incorruttibili, presidenti patrioti, presidenti “salvatori dell’america”, presidenti onesti o al contrario presidenti disonesti o perfino presidenti matti, sostituiti ai tempi della guerra fredda prima che schiacciassero il famoso bottone rosso ponendo fine al mondo. Eppure un presidente comico che facesse ridere a crepapelle, non si era ancora visto.  E nel film, a un certo punto compare sugli schermi uno speaker che serissimo annuncia: “Ebbene si, il mondo è adesso governato da un comico”.  Se fosse stato vero, magari Barry Levinson e il suo film avrebbero avuto degli innegabili meriti di originalità e inventiva. Avremmo almeno continuato a ridere. Ma non è stato così. Per paura, obbedienza, sottomissione, quieto vivere, o forse anche perché altrimenti questa cinematografata non avrebbe mai potuto realizzarsi - non possiamo dimenticare gli obiettivi della Dittatura leucemica americana - il film ha preso tutt’altra strada. Rimane comunque il tentativo, seppure non coraggioso ma piuttosto manierato e maldestro, di aver voluto raccontare la storia di un buffone di corte che improvvisamente decide di mettersi in proprio e di sputare nel piatto dove mangia, ma che poi ci ripensa, torna sui propri passi e ritorna a riservire la corte festeggiatissimo quanto il figliol prodigo, perché questa volta anziché critiche, lazzi e sberleffi, manda elogi sia a destra che a manca e dice bravi a tutti: repubblicani, democratici, indipendenti. Tanto che il presidente uscente (quello dell’ultimo malgoverno), rimane ancora in carica per un bis molto applaudito; e la voce narrante ci dirà che avrà percorso una “ottima” appendice del proprio mandato.  Il protagonista de L’uomo dell’anno -  che tra l’altro potrebbe ricordare un certo comico francese di alcuni anni fa che si presentò alle elezioni per l’Eliseo, ma che poi sparì dalla scena politica e non se ne seppe più niente - in rappresentanza più planetaria che americana, si è perciò rivelato quello che in effetti era: un buffone, una simulazione di uomo, e difatti un aborto e un rifiuto umano, un artificio, un falso, una persona fisica simulata umana, in definitiva un semplice animale o una cosa inanimata.  “Cosa avremmo potuto pretendere?”, sembra dirci alla fine il povero regista, il quale però senza alcun merito consapevole, ne ha uno inconsapevole molto importante. Ci ha infatti fatto riflettere sulle tante rappresentazioni mistificatorie di Gesù.  Per esempio c’è il Gesù incazzatissimo di Pasolini, il Gesù sposato e con figli del Codice Da Vinci, quello ubriacone di Caio, quello festaiolo di Tizio, quello doloroso di Sempronio, quello contemplativo di Vattelapescachi, e così via, ragion per cui come mai a nessun mistificatore  è mai saltato in mente di rappresentarlo come il comico indipendente inventore dello show, messosi in proprio contro la corte, la quale alla fine cospirerà per farlo fuori? Gli atei e gli agnostici ne sarebbero stati felicissimi. Non ci sarebbe più stato alcun mistero. I miracoli del Tempo dellaGrande Apparenza si sarebbero spiegati come battute comiche del tipo: “Alzati e cammina”, rivolto al  paralitico.  “Quanti pani e quanti pesci abbiamo? Non bastano per tutti i presenti? E allora moltiplichiamoli”. “Non c’è più vino per i commensali? Trasformiamo l’acqua in vino”. Oppure del raccogliere un mucchietto di terra, sputarci sopra e spargerla sugli occhi del cieco, dicendogli: “Apri gli occhi e vedi”. E tutta quella folla che lo seguiva ridendo. Sbracata in terra o barcollante o strisciante, a sbellicarsi dalle risa. I morti dalle risate che alla fine smettevano di ridere e resuscitavano. Con questa versione di Gesù, i mistificatori ci avrebbero ricavato una fortuna. Ma adesso, se in futuro qualcuno pensasse di fare qualcosa di simile, non potrà più farlo, perché grazie a questo film ci hanno costretto a pensarci; ora che ogni mistero è stato svelato dal DELITTO DELLA CROCE e la vera storia è stata resa pubblica, per cui il preciso ammonimento nel senso dell’Abbattitore del Tempio diviene qualcosa di ben più tutelativo del copyright. Peggio per voi: dovevate pensarci prima. Adesso non potete più farlo. Tornando all’Uomo dell’Anno, vi è da notare che il film è partito bene, in un piacevole clima ascendente pieno di promesse, per poi lentamente decadere e tornare indietro, sempre più indietro, fino a precipitare al momento clou in un finale da barzelletta vera, trita, ritrita e malinconica, Perché forse è questa la vera comicità: quella che più che ridere fa piangere.

 
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