R a d i o l a n d

M u s i c a & I n f o r m a z i o n e

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Captivity

Captivity locandinaBuio, nero, chiuso, claustrofobico, in questo horror logorroico si intuisce piuttosto che vedere, perché non si vede niente, che un serial killer prende di mira la modella più in auge di New York, la pedina, la riprende con una telecamera e infine la rapisce per imprigionarla nella casa delle torture appositamente allestita per lei con i più sofisticati marchingegni tecnologici. Dopo i premi Oscar Urla nel silenzio e Mission e una serie di catastrofi cinematografiche, Roland Joffè si dà al thriller orrorifico confezionando un prodotto per ciechi, a sprazzi illuminato da schizzi di sangue vivo secondo gli intenti registici da “vedere” attivando il senso del gusto o dell’immaginazione, risultando inutili per ragioni pratiche i sensi della vista e dell’olfatto.  Il mostro incappucciato che, nero come la pece, si muove tra le tenebre, non può fare altro che arricchirle di ulteriore nero profondo, aggravando l’inutile strizzata d’occhi dello spettatore, speranzoso di vedere qualcosa oltre il buio.  Le torture dovrebbero essere immaginate, mentre la sensazione di costante pericolo scaturisce genuina in mezzo alla tenebrosità filmistica e alle urla di terrore, fino a quando nella casa degli orrori compaiono altri ospiti, uno dei quali è una vittima come la modella, un certo Gary che arriva giusto in tempo per l’immancabile accoppiata imposta dalle  altrettanto immancabili esigenze  commerciali, che finalmente tra luci e ombre regala allo spettatore qualcosa da vedere, anche se trito, ritrito e riritrito.  Che il tentativo di trasferire in un film di fantasia, seppure nerissima, l’aspetto evidentista del Male Perfetto, fallisca per il troppo noir ci può anche stare, ma che l’amplesso sia una storia d’amore ci sembra più oscuro del buio, così come l’interpretazione di attori invisibili  e il colpo di scena conclusivo, dopo il quale si vede finalmente qualcosa: la protagonista esce indenne sulla strada per tornarsene – presumiamo – a casa. Felicemente. Accomunando l’happy and  ad uno spettatore doppiamente felice: primo perché il film è finito, secondo perché dopo tanto buio forse fuori della sala cinematografica ci vede. Si fa per dire, ovviamente, conoscendo la natura di uno spettatore analfabeta il quale, quanto la triplice scimmietta o l’omertoso, intellettualmente non parla, non sente e non vede… La curiosità del film è comunque in una produzione che investendo gli opposti emisferi planetari (Usa e Russia), con il ritrito “Ma chi ve lo ha fatto fare?”, suscita un nuovo impulso interrogativo: “Ma ce n’era proprio bisogno?”.

 
Banner
Banner
Banner
Banner