Dopo la première a Cannes, Paolo Sorrentino torna sugli schermi con un film ritrattistico che per staticità delle immagini e desertificazione degli sfondi, arte figurativa e fedeltà ripropositiva, sembra uscito quale copia conforme da un quadro del primo novecento di De Chirico. Il protagonista, Geremia de’ Geremei, è un usuraio che appare estratto per campione dalla teoria dell’antropologo veronese Lombroso, secondo il quale un criminale lo puoi riconoscere dalla bruttezza e dalla sgradevolezza dei suoi tratti, in un primo momento in netta contraddizione con un divertente film di Alberto Sordi il quale, avvocato difensore di un pregiudicato bruttissimo e dai lineamenti da criminale, sosteneva che “la faccia non costituisce reato” per cui chiedeva l’assoluzione piena per il suo cliente, già assolto per insufficienza di prove, additandone ai giudici la faccia e provocando la sua condanna e il pieno riconoscimento della teoria di Lombroso. L’amico di famiglia Geremia de’ Geremei è un “cuore d’oro” dell’agro pontino dall’aspetto rivoltante e untuoso, con un volto talmente brutto e ripugnante da ricordare nei tratti fisici il famoso mostro di Notre Dame, alla cui gobba sostituisce un braccio perennemente ingessato e una bandana finalizzata a coprire i capelli sempre più radi. Egli è il sordido usuraio delle piccole somme, di chi deve operarsi, celebrare un matrimonio, intraprendere una piccola attività, restaurare la propria casa, organizzare un funerale, sostituire la motoretta o la sua vecchia auto. Stringe alla gola di bisognosi, a volte più laidi e sporchi di lui, il cappio del denaro contante, in uno scenario brutale e miserevole che sembra ricalcare i palcoscenici bancari, degli istituti di credito o degli enti equiparati autorizzati all’esercizio del prestito, nell’attività oggi più redditizia del mutuo e dintorni con interessi sempre in crescendo e l’accaparramento delle proprietà dei malcapitati debitori qualora insolventi, che caratterizza il nostro mondo economico flagellato dalla disuguaglianza, in cui egli si aggira attorcigliato su se stesso come un invertebrato strisciante, rivelando metaforicamente di esserne il perfetto rappresentante, sia nell’aspetto fisico che nella perversione dei contenuti conformi ai canoni dell’antieconomia dominante. Ed eccolo, vecchio, verboso e squallido, nell’ostentazione, tramite oniricismi, minimalismi e prosaici aforismi, di una cultura inversa al ben vestire e alle buone maniere, in palandrana sbrindellata, l’unghia del mignolo allungata da cravattaro acido e repulsivo, irrigidito, sporco e strascicante: sarto e contemporaneamente usuraio, e avanti, dietro e intorno a lui, gli sfondi di una Latina fantasma, disperatamente scolpita dall’agro pontino in una dimensione di gelido degrado. L’attore caratterista Giacomo Rizzo, ci sembra fisicamente perfetto nel personaggio, senza cadute o tentennamenti, perfino nell’innamoramento in cui il film decade invece, deliberatamente, intrigandosi in svolazzi stereotipati e superflui, da botteghino, che gli sono estranei e lo retrocedono in una dimensione di secondo piano. A parte i personaggi minori, anch’essi dipinti quali copie esatte in stato di paralisi figurativa con sfondi desertici alla De Chirico, nella spalla per il protagonista in cui Fabrizio Bentivoglio è forse l’unico a non troppo sfigurare, si inserisce una Laura Chiatti, abile nella parte della sposina - della quale il mostruoso usuraio s’innamora assai poco credibilmente nonostante i precedenti storici del gobbo di Notre Dame - che si fa abbassare le mutandine e il tasso sul prestito, ma niente di più. Secondo il mondo dello spettacolo, il 2006 è stato un anno assai prolifico e importante per il cinema italiano d’autore, termine ambiguo e di comodo usato per ottenere i sovvenzionamenti statali. Ci è sfuggito se anche questo film sia etichettato nel senso. In ogni caso, dopo gli osannati L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore, questo terzo film di Paolo Sorrentino potrebbe essere se non il migliore magari il “meno peggio”della sua produzione registica, peraltro promossa a pieni voti da una critica incapace ma plaudente. Per cui lo poniamo all’attenzione del pubblico: il film è da vedere.






