Dopo la separazione da Rodriguez, un Quentin Tarantino in gran forma firma la regia di Grindhouse, film interpretato da Kurt Russell e da un manipolo di buone attrici giovani che serve ad animare le coreografie fumettistiche in movimento e quà e là a contendere in qualche primo piano le zoomate riservate al volto cicatrizzato e allo sguardo provocatorio e lubricamente penetrante di Stuntman Mike (Kurt Russell), un non più giovanissimo killer psicopatico che aspetta le sue giovanissime vittime on the road anni 70’ a bordo della sua Chevrolet Nova, con la quale si diverte a ucciderle facendola franca grazie all’intervento macchiettisticamente collaborativo del solito sceriffo sospettoso ma incapace, fino alla inconsapevole vendetta messa in atto dalle ultime vittime mancate, in un diluvio di scene mozzafiato imperniate in fughe e inseguimenti stradali di lunghissima e interminabile gittata, e in un finale da competizione all’ultimo sangue che sancisce la vittoria sul ring on the road con tanto di salto in aria dalla gioia e pietrificazione per l’eternità della ripresa cinematografica. Più che un distillato di tensione e suspense infarcito da efficaci iperbole visive, nonché di dialoghi e citazioni colte di giovani donne assegnate al ruolo passivo, familiare e sociale di vittime predestinate, la seconda parte del film è una combinazione esplosiva di ribellione e di ribaltamento del proprio ruolo, messa felicemente in atto dalle giovani donne, le quali combattono e vincono la propria battaglia personale e sociale per la vita, e in tal modo cercano metaforicamente di dare un senso a ciò che da buon prodotto fumettistico fine a se stesso un senso non ce l’ha. Oltre l’attesa “mortale” degli appassionati del genere fumetto-horror, le lamiere contorte delle auto e gli schizzi di sangue copioso, non c’è altro da ricordare. E tuttavia non ci si annoia, o perlomeno non si ha il tempo di farlo data la benevola brevità della pellicola.






