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La città proibita

La città proibita locandinaQui si conclude la trilogia dei wuxiapian, quando nel decimo secolo regnava la grande dinastia dei Tang. L’imperatore, l’imperatrice e i loro figli vivono nella città imperiale dove sono venerati, serviti e riveriti da un popolo sottomesso e adorante. Come ogni tradizione e casata regale, anche i Tang hanno però i loro scheletri negli armadi, e il segreto, l’intrigo e la cospirazione sono il loro pane quotidiano che, con il contorno dei rituali millenari, esplodono durante la festa dei Chomg Yang, la ricorrenza dei crisantemi legata alla famiglia e alla sua solidità, e un’epica battaglia metterà fine ad ogni mistero. La trilogia di Zhang Yimou termina in un immane affresco in cui strabilianti masse fisiche in movimento corale riempiono il grande schermo fino a sovrastarlo, sfociando in uno sconfinato ritratto straripante che si riversa sugli spettatori come un tumultuoso fiume in piena, e che li travolge e trascina con se in uno scenario parossistico di eccelsa bellezza artistica. Realistica e nello stesso tempo significatamene onirica, emerge la ribellione all’assoggettamento o al condizionamento sociale messo in atto dalla politica usurpativa, affiancata dall’impulso irrefrenabile all’autodeterminazione personale affermata da ogni essere umano non assoggettabile e non condizionabile se autentico; ma soprattutto realistica si evince la sua inevitabile sconfitta, affinché l’immutabilità delle cose possa permanere a garanzia della perpetuazione pro-tempore del Mondo del Male Perfetto. Raffinata e splendente è la figura della musa Gong Li, esemplare nella veste dell’imperatrice ribelle e della donna “libera” inesorabilmente sconfitta, la quale investe lo schermo di una bellezza che raggiunge le più alte sfere dell’estetica sfiorando le vette del sublime, della divinità e del sopranaturale. Il connubio tra racconto e forma artistica è notevole, e così l’omaggio reso da Zhang Yimou all’amata Cina e il sarcasmo sottile che traspare per le sue più ataviche e inutili tradizioni, la cui utilità nella difesa e nella conservazione dello status quo usurpativo  al servizio aberrante del Male Perfetto, compare tuttavia simultaneamente perfettamente necessaria e lampante, quanto la stessa essenza del film, utile infatti nella sopravvenuta inservibilità dello Spazio Finito rispetto all’Universo realizzato, e in attesa della percezione del proprio dissolvimento, soltanto all’immutabilità delle cose della Cina e di un Mondo del Male Perfetto caduto in prescrizione, rimosso e cancellato.

 
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