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Il testimone dello sposo - recensione

Il testimone dello sposo locandinaQuesto film di Pupi Avati di cui pochi forse si ricordano, ha ricevuto una serie di critiche immeritate che hanno comunque a suo tempo ben testimoniato in suo favore, esponendo la poca attenzione con la quale venne accolto da una moltitudine di analfabeti intellettuali di professione o dilettanti - critici, addetti ai lavori e pubblico - perfettamente impreparati. Il 31 Dicembre 1899 nella immancabile provincia emiliana così cara al regista, e precisamente a Sasso Marconi, congiuntamente alla festa di fine secolo è in corso il matrimonio di convenienza tra un ricco possidente quarantenne – il quale ha scelto per testimone il compaesano Angelo, da poco rientrato dagli Stati Uniti dove ha fatto fortuna - e Francesca, la bella e giovanissima figlia di un avvocato in difficoltà finanziarie che trarrebbe giovamento dal matrimonio. La morale dichiarata del film è la condizione della donna di cento e più anni fa, costretta a sposarsi per convenienza e a convivere senza amore per tutta la sua vita, nella quale non riuscirà mai a capire cosa sia veramente l’amore, tanto dal finire con il dubitare che in realtà esso esista davvero. I requisiti all’epoca richiesti ad una sposa, oltre che l’essere illibata, erano perciò la totale remissività e sottomissione al marito e ai doveri coniugali. Dalla storia superficialmente favolistica di una sposa che sull’altare, nel preciso momento in cui sta convolando a nozze con il marito impostole dalla famiglia, pronuncia il fatidico SI rivolgendosi però con tutta se stessa, fino all’intimo più recondito del proprio cuore, e quindi perfettamente cosciente del proprio atto correttivo, al testimone dello sposo di cui si è follemente innamorata, e che considererà a tutti gli effetti il proprio marito e al quale da quel momento si sentirà indissolubilmente legata, il film va oltre, trascende e si trasforma con un balzo improvviso della storia, che si fa già novecento inoltrato superando ogni precedente, ogni convenzione, travalicando ogni imposizione, ogni convenienza, e rendendo obsoleto ogni rituale matrimoniale e tradizione secolare, ma nello stesso tempo realizzandoli  in un coinvolgimento totale, in una congiunzione amorosa in cui l’amore trionfa quale realtà assoluta e osmosi inviolabile di tutti i tempi. I temi sociali messi a fuoco nel film di Pupi Avati, re incontrastato della provincia italiana d’epoca, divengono però, da questa parte in poi, difficilissimi da far convivere con la realtà circostante e immanente, limitandoli a quelli della donna ed escludendovi qualsiasi partecipazione attiva dell’altro sesso. Si nota che non tutti gli attori si trovano al posto giusto. Si salva la splendida Ines Sastre, convincente e bellissima nella veste della sposa ribelle, e in parte Diego Abatantuono, forse un po’ troppo se stesso e poco convincente in talune situazioni, nonché alcuni caratteristi di mestiere collaudatissimi nei rispettivi ruoli.  Per cui, da qui emergono gli inevitabili difetti della filmografia, costretta a legarsi alla storia dell’emancipazione femminile e pertanto esibendo come nella realtà storica un partner affettivo della sposa assai poco partecipe e sensibile, tanto dal farlo apparire a volte quanto meno ottuso più che sconcertato dal comportamento rivoluzionario della giovane sposa. Il momento clou sarà quando questi consiglierà alla giovane Francesca “di curarsi”, suggerimento magari non gradevole, ma talmente vero dal farci ricordare ad esempio le reazioni di mariti, fidanzati e familiari, incapaci di comprendere le ragioni delle suffragette.  Infine, poiché di amore vero si tratta, sarà proprio il partner a riscattare se stesso e il film, nella bellissima scena conclusiva in cui (tornato ancora dall’America per raggiungere Francesca, che  nel frattempo è andata a vivere per proprio conto e fa la maestra in una piccola scuola rurale della zona), indicando la loro maestra ai piccoli alunni che gli chiedono chi egli sia, risponderà semplicemente: “Sono suo marito”.

 

 

 
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